Carla Tatò è morta oggi all’età di 79 anni. Con lei se ne va una delle voci più riconoscibili del teatro italiano di ricerca, e se ne va da Genazzano, il paese dei Monti Prenestini che aveva scelto come casa e che quarant’anni fa aveva scelto lei.
Perché per Carla Tatò Genazzano non è mai stato un buen retiro. È stato una scena. Il paese l’aveva incontrata quando era una donna poco più che trentenne con un camion bianco e un’idea incendiaria di teatro, e da allora non si erano più persi di vista.
Chi era Carla Tatò: dagli esordi con Carmelo Bene al teatro di strada
Romana, nata il 3 gennaio 1947, Carla Tatò cresce in una famiglia in cui politica e arte si guardano in faccia ogni giorno: il padre Antonio è uno dei dirigenti comunisti più vicini a Enrico Berlinguer, la madre Erminia Romano è la prima donna a dirigere un’orchestra in Italia. Studia scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma, e non è un dettaglio da poco: per tutta la vita guarderà il palcoscenico anche con l’occhio di chi lo costruisce, come uno spazio da abitare prima che da riempire di parole.
Debutta nel 1967 nel teatro di Carmelo Bene, con Amleto o le conseguenze della pietà filiale e Salvatore Giuliano, vita di una rosa rossa. Un battesimo che vale una laurea. Seguono le regie di Roberto Guicciardini (Le nuvole di Aristofane), Maurizio Scaparro (Chicchignola), Franco Parenti (Il cambio della ruota), Gianfranco De Bosio (Il Ruzante).
Poi arriva il decennio in cui il teatro esce dai teatri, e lei ci si butta con tutta se stessa. Nel 1970 fonda con Dacia Maraini il Teatro di Quartiere a Centocelle; nel 1971 il Teatro di Strada con Gian Maria Volonté, Flavio Bucci, Antonio Salines, Magda Mercatali, Armenia Balducci. È il momento in cui la ricerca sulla voce e sul corpo scenico si salda alle sue convinzioni politiche, e non si scioglierà più.
Carla Tatò al cinema: Bellocchio, Monicelli, Argento
Negli stessi anni il cinema la chiama spesso. È in Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio accanto a Gian Maria Volonté, in Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli, ne Le cinque giornate di Dario Argento, nell’Orlando furioso di Luca Ronconi, in Amo e non amo di Armenia Balducci. Avrebbe potuto farne una carriera. Scelse altro.
L’incontro con Carlo Quartucci e il camion bianco
Il 1973 è l’anno che cambia tutto. Negli studi radiofonici di Torino incontra Carlo Quartucci, regista messinese, anima ribelle del Nuovo Teatro. Insieme mettono in scena l’Histoire du soldat di Stravinskij e insieme salgono sul Camion, la compagnia itinerante che “carica e scarica teatro” nelle piazze, nelle borgate, nei paesi di campagna. Da lì nasce la trilogia Opera — Scene di Teatro, Scene di Romanzo, Scene di Periferia, su testi di Roberto Lerici, con la sua Nora Helmer a fare da centro di gravità.
Da quel giorno non si sarebbero più separati: quarantasei anni di sodalizio artistico e di matrimonio, fino alla morte di Quartucci il 31 dicembre 2019. Un’unica biografia scritta a quattro mani.
La Zattera di Babele: i mille giorni di Genazzano
Nel 1981 il Castello Colonna di Genazzano diventa il porto della Zattera di Babele. Quartucci e Tatò chiamano a raccolta Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Germano Celant, Rudi Fuchs, Roberto Lerici, Giovanna Marini, Daniel Buren, Lawrence Weiner, Luigi Cinque e decine di altri: pittori, musicisti, scrittori, critici, cineasti. Firmano il Progetto Genazzano e restano mille giorni, tra spettacoli, azioni, performance e discussioni che spesso finiscono all’alba. Un intero paese si fa spazio scenico. Per qualche anno Genazzano è uno dei posti d’Europa dove si decide cosa può diventare l’arte contemporanea.
Dopo Genazzano la Zattera approda a Erice, dove dal 1985 Tatò firma con Mino Blunda e Rudi Fuchs il festival permanente Le giornate delle arti, e poi viaggia per i musei e i teatri del mondo: Vienna, Parigi, Berlino, Kassel, Sydney, Edimburgo. Sono gli anni delle sue prove d’attrice più alte: il Beckett di Primo amore e Quella volta, i Giganti della montagna di Pirandello, il Tamerlano di Marlowe, la Pentesilea di Kleist recitata e cantata sulle musiche di Giovanna Marini, i Macbeth. Una voce riconoscibile tra mille, capace di trattare la parola come materia fisica.
L’ultimo grande progetto comune, dal 2006 al 2012, è Teatr’Arteria a Roma. Poi il lavoro sulla memoria, sugli archivi, i laboratori con i giovani attori: perché quella storia non finisse in un cassetto.
L’entusiasmo come metodo
Chi l’ha incontrata anche una volta sola racconta sempre la stessa cosa: l’entusiasmo. Non quello di maniera, ma quello ostinato di chi a settant’anni suonati continua a fare progetti, a discutere di scena e di attori con l’urgenza dei vent’anni. Ha vissuto fino all’ultimo giorno con una dignità che non ha mai chiesto sconti, difendendo il teatro come si difende una cosa viva: dal disinteresse, dalla burocrazia, dalla tentazione di ridurlo a intrattenimento.
Non è solo Genazzano a piangerla. L’Italia perde un’attrice che non ha mai smesso di chiedersi cosa fosse il teatro — e che proprio nel non trovare mai una risposta definitiva ha costruito tutto il suo lavoro.





