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Home » Notizie » Economia » Chiusura dello Stretto di Hormuz: l’impatto sulla regione Lazio

Chiusura dello Stretto di Hormuz: l’impatto sulla regione Lazio

La guerra tra Usa e Israele contro l’Iran scuote energia, logistica ed export: ecco perché anche il sistema produttivo laziale rischia contraccolpi pesanti
Giulio CalenneGiulio Calenne09/04/2026 ore 10:425 Mins Read Economia Lazio
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La guerra tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra non si combatte solo con missili e raid. Uno dei suoi effetti più pesanti si misura nello Stretto di Hormuz, snodo decisivo per il commercio mondiale di petrolio e gas. La chiusura, anche parziale, di questo passaggio ha già prodotto uno shock energetico e logistico che tocca anche il Lazio: dalle aziende farmaceutiche ai produttori agroalimentari, fino a logistica, turismo e manifattura.

La crisi di Hormuz non è solo un problema di carburante. Oltre a petrolio e gas, attraverso lo Stretto transitano metalli, fertilizzanti, semiconduttori e altri beni intermedi. La chiusura ha ridotto sensibilmente l’offerta mondiale di energia, facendo schizzare in alto il costo dei barili e spingendo il gas a crescere a doppia cifra ogni settimana. Le navi sono state costrette a circumnavigare l’Africa, il traffico nel Mar Rosso si è ridotto e i costi dei noli marittimi e delle assicurazioni sono esplosi. In Italia, che produce solo una piccola parte del gas che consuma, si è subito avvertito l’aumento dei carburanti e dei fertilizzanti.

Un polo farmaceutico sotto pressione

Il Lazio ospita uno dei maggiori distretti farmaceutici europei: multinazionali come Pfizer, Sanofi, Novartis, Catalent e Takeda producono tra Frosinone e Latina e realizzano una quota consistente dell’export nazionale. La crisi ha messo in luce una fragilità spesso sottovalutata: molti principi attivi e intermedi chimici arrivano dall’India e dall’Asia via Golfo. Senza accesso ai porti di Dubai e al petrolio per la petrolchimica, i costi di produzione salgono e la disponibilità si riduce. Alcune aziende hanno dovuto riorganizzare gli approvvigionamenti, ricorrendo a rotte più lunghe o a fornitori alternativi, con margini sempre più sottili.

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Aerospazio e la questione dei chip

Il settore aerospaziale laziale, con campioni come Leonardo e Thales Alenia Space, è stato colpito da un imprevisto: la carenza di elio. Questo gas, indispensabile per la produzione di semiconduttori, proviene in gran parte dalla regione del Golfo. Le interruzioni della filiera hanno fatto salire i prezzi, costringendo i produttori di chip a razionamenti. Ritardi e rincari ricadono su programmi satellitari e sistemi di difesa che hanno bisogno di elettronica avanzata. Anche in questo caso le aziende studiano fornitori alternativi, ma la competizione globale sui semiconduttori rende la situazione incerta.

Alluminio, plastica e imballaggi

Nel Lazio operano numerose piccole e medie imprese della chimica, della metallurgia leggera e del packaging. La chiusura di Hormuz ha fatto impennare i prezzi di alluminio, fertilizzanti e altre materie prime. I noli marittimi sono aumentati di oltre dieci volte e molte navi sono costrette a percorrere rotte più lunghe. Per chi produce imballaggi alimentari o componenti per l’edilizia, ogni euro in più su polietilene e metalli si traduce in un margine ridotto o in un prezzo più alto per il cliente finale. Alcune imprese valutano l’impiego di materiali alternativi o il potenziamento del riciclo, ma queste scelte richiedono investimenti e tempo.

Agro‑alimentare: quando il tempo è denaro

Il Medio Oriente è un mercato appetibile per l’agro‑alimentare laziale. All’ultima edizione di Gulfood, la fiera di Dubai, hanno partecipato produttori di olio extravergine (Quattrociocchi Americo), tartufi (Sulpizio Tartufi), asparagi (Società Agricola C.O.P.A.), olive (Salviani) e i consorzi Olio di Roma IGP e Pecorino Romano DOP. Con le rotte bloccate, però, le navi cariche di frutta e verdura fresca sono rimaste in mare, portando alla cancellazione di ordini per un mercato da centinaia di milioni di euro. Per i prodotti deperibili i ritardi sono fatali: costi logistici più alti, rischi di invenduto e concorrenza di fornitori più vicini spingono gli esportatori laziali a riconsiderare destinazioni e modelli distributivi.

Servizi, logistica e turismo

L’onda lunga della crisi si è sentita anche nelle bollette. Le stime parlano di rincari a due cifre per l’energia elettrica e il gas delle imprese del terziario, con un aggravio di migliaia di euro per azienda. Le famiglie non stanno meglio: la spesa media per energia è salita e le prospettive non sono rosee. Anche il turismo paga dazio: l’Associazione internazionale del trasporto aereo prevede mesi prima che i prezzi del carburante aereo tornino alla normalità, mentre alcuni aeroporti italiani hanno già segnalato carenze di cherosene. Biglietti più cari e rotte deviate possono scoraggiare i visitatori, mentre la logistica soffre ritardi e costi crescenti.

Le risposte istituzionali

Per limitare i danni, il governo ha attivato una serie di strumenti tramite ICE, SIMEST e SACE: finanziamenti agevolati per coprire i costi energetici, garanzie sulle commesse con i paesi mediorientali, assicurazioni contro la cancellazione degli ordini e contributi per partecipare a fiere internazionali. La Regione Lazio, insieme a Unindustria e Lazio Innova, ha varato un piano da 15 milioni di euro per l’internazionalizzazione delle PMI, con voucher e supporto alla partecipazione a decine di manifestazioni all’estero. Nel frattempo, le associazioni della logistica chiedono misure per contenere l’aumento dei costi di trasporto e per evitare che le norme sul carbonio spostino di nuovo le merci dalla nave alla strada.

Sguardo al futuro

Le imprese laziali si trovano davanti a scenari incerti. In caso di riapertura stabile dello Stretto, i prezzi potrebbero rientrare nel giro di qualche mese, ma i costi assicurativi rimarranno alti e la diversificazione delle rotte diventerà una priorità. Se la crisi dovesse prolungarsi, le riserve strategiche e gli oleodotti alternativi potrebbero garantire energia per un periodo limitato, con prezzi del petrolio destinati a restare elevati. Una nuova chiusura, invece, provocherebbe un ulteriore shock: le aziende dovrebbero gestire la continuità delle forniture e la liquidità, con il rischio di vedere fallire le realtà più fragili.

In un contesto di instabilità globale, la crisi di Hormuz potrebbe accelerare processi già in atto: riduzione della dipendenza da singoli fornitori, investimento in efficienza energetica, maggiore utilizzo di materiali riciclati e rafforzamento delle scorte strategiche. Per il Lazio, la sfida è trasformare l’emergenza in un’occasione di rinnovamento, puntando sulla resilienza del suo tessuto produttivo e sulla capacità di innovare.

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Giulio Calenne
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