Nato a Latina, Dario Rogato si avvicina al pianoforte fin da bambino: a undici anni riceve una menzione speciale da Michel Camilo nell’ambito di Umbria Jazz, e l’anno successivo si esibisce in trasmissioni televisive nazionali come Rai 2. Completa poi gli studi musicali con il massimo dei voti, conseguendo la Laurea Magistrale in Pianoforte Jazz con 110 e lode al Conservatorio “Ottorino Respighi” di Latina, oltre a un Bachelor of Music in Pianoforte con il London College of Music.
Oggi è Direttore Didattico di Musica & Musica – Accademia Moderna di Latina, dove insegna e cura anche un’attività editoriale sulla didattica pianistica. È inoltre Direttore Artistico del Grappa Jazz Festival e del neonato Premio Nazionale “Duke Ellington” per la Composizione Jazz – Città di Latina, di cui è tra i più giovani promotori a livello nazionale. In un’intervista rilasciata alla vigilia dell’apertura dell’edizione 2026 del festival, in programma a Borgo Grappa (Latina) dal 31 luglio, ha raccontato come si costruisce un festival di dieci giorni, il rapporto con artisti più esperti di lui e la sua idea di jazz come linguaggio senza confini.
Costruire un programma
Nonostante il peso dei ruoli organizzativi, Rogato rivendica con orgoglio la sua natura essenzialmente artistica. Si definisce in primis “musicista, concertista e didatta”, e ammette che l’insegnamento resta la parte del suo mestiere a cui tiene di più. Vestire i panni del direttore artistico, tuttavia, richiede una visione specifica: il compito principale, spiega, sta nel tessere un programma “organico”. Non basta chiamare dei musicisti; occorre selezionare i gruppi affinché ogni serata offra un repertorio diverso, alternando le formazioni per mantenere sempre viva l’attenzione del pubblico lungo tutto l’arco delle dieci giornate. A questo si aggiunge un elemento decisivo per il successo della manifestazione: l’accessibilità. Offrire un cartellone gratuito di alto livello è per lui motivo di vanto. “Ci stanno nomi all’interno del festival che, insomma, venirli a sentire gratis io ci metterei la firma”, osserva con soddisfazione. La complessa macchina organizzativa si mette in moto già a gennaio per arrivare pronti ad agosto, ma resta inevitabilmente esposta all’imponderabile.
Il confronto con artisti più esperti
Trovare la giusta armonia dietro le quinte è fondamentale, specie per un direttore che, nonostante la giovane età, si trova a coordinare colleghi con grande esperienza alle spalle. In questo, Rogato predilige la diplomazia all’autorità. “Più che dare ordini la parola chiave è trovare compromessi”, riflette, sottolineando come un bravo direttore debba saper accontentare un po’ tutti senza mai creare fazioni, evitando di “schierare da parte di uno o da parte degli altri”. Questo costante scambio si trasforma spesso in un’occasione di apprendimento reciproco più che in un terreno di scontro. Un atteggiamento, questo, che rispecchia l’anima stessa del genere che praticano: il jazz, sottolinea, “prevede un grande dialogo e soprattutto quella che si chiama improvvisazione”. È proprio questa magia estemporanea a rendere irripetibile ogni esibizione dal vivo, “perché tu lo senti una volta e basta“.
Il jazz come linguaggio “meticcio”
Questa filosofia inclusiva trova la sua massima espressione nell’idea stessa che Rogato ha del jazz. Si tratta di una musica che nasce strutturalmente dall’incontro tra culture differenti, una sintesi storica tra “il ritmo che veniva comunque dalla popolazione afroamericana” e “l’armonia che però veniva comunque dall’Europa”, arricchita nel corso degli anni dal fondamentale contributo italiano. Proprio in virtù di questa sua natura ibrida, lo definisce senza esitazioni «una musica meticcia che può comprendere tutto”. Avvicinarsi al jazz permette, a suo avviso, di sentirsi “un po’ più cittadini del mondo”, e diventa un genere limitato solo ed esclusivamente quando viene ascoltato o suonato con la mente chiusa. Questa impostazione così aperta si riflette direttamente sulla formula del festival. Guardando all’esempio delle grandi rassegne internazionali che trasformano le città in eventi diffusi, Rogato ha scelto di non limitare il Grappa Jazz Festival a un singolo palcoscenico. L’idea è quella di affiancare al concerto principale altri spazi, mescolando generi musicali e predisponendo aree pensate su misura per le famiglie. E non manca un tocco esterofilo: da quest’anno, i concerti adotteranno la suddivisione in due set, seguendo il classico modello dei club americani.
Avvicinare i più giovani al jazz
Quando si tocca il tasto della didattica, emerge tutta la passione che lo lega all’insegnamento. Rogato è convinto che fornire al pubblico le giuste chiavi di lettura sia essenziale per far cadere i pregiudizi. “Nel momento in cui te lo spiego e ti dico qualche cosa, tu lo apprezzi di più”, assicura, ricordando con piacere gli allievi arrivati ai concerti senza nemmeno sapere “il jazz cos’era”, per poi rimanerne completamente rapiti. Il vero problema, secondo lui, va cercato alla radice, ovvero nella scarsa educazione musicale riservata ai bambini piccoli. “Perché non ti viene insegnato che quel suono lì è do, è re?”, si domanda, sostenendo che l’orecchio “assoluto” posseduto naturalmente da molti andrebbe coltivato fin dalla primissima infanzia. Quanto all’approccio allo strumento, il pianista smonta l’ossessione per lo studio matto e disperatissimo. Attingendo al suo stesso vissuto infantile, confessa che da bambino studiava pochissimo a casa: la sua formazione si è retta quasi unicamente sulle lezioni settimanali, ma portate avanti con inesorabile costanza negli anni. Da qui l’invito ai genitori a non scoraggiarsi di fronte alla pigrizia domestica dei figli. La regolarità nel tempo, garantisce, vale molto più dell’impegno quotidiano, senza dimenticare che suonare uno strumento permette di sviluppare aree del cervello destinate altrimenti a restare inattive.
Il Premio Duke Ellington
Lo sguardo rivolto al futuro si concretizza anche nel neonato Premio Nazionale “Duke Ellington” per la Composizione Jazz. L’iniziativa, spiega Rogato, nasce da un’esigenza vitale per questo genere musicale: valorizzare la scrittura contemporanea. Il jazz ha radici profondissime, ma “si basa su una tradizione che però si deve evolvere, non si può fermare”. Intitolare il premio al leggendario compositore statunitense è stata una scelta naturale, in omaggio al suo instancabile spirito innovativo e alla sua capacità di sperimentare impasti timbrici assolutamente inediti, come quelli tra trombone, tromba e clarinetto. L’intento dichiarato è proprio quello di importare questa urgenza creativa sul territorio: “È un po’ lo spirito che vogliamo, qua a Latina”.
L’invito finale
In chiusura, il Direttore Artistico lancia un appello diretto alla sua cittadinanza: mettersi in gioco e accostarsi al festival con sincera curiosità, mettendo da parte l’abitudine di giudicare ciò che non si frequenta. D’altronde, il potere della musica dal vivo risiede proprio nella sua capacità di lasciare un segno in chi l’ascolta. Come sintetizza perfettamente lui stesso: “Quando esci da un concerto un po’ sei cambiato, altrimenti il concerto non funziona”. Un’occasione di cambiamento che si presenterà puntuale il 31 luglio a Borgo Grappa, quando il concerto del “Dario Rogato Trio feat. Nicola Concettini” inaugurerà ufficialmente il Grappa Jazz





