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Home » Notizie » Notizie » DCA in aumento per ragazze e ragazzi: intervista alla dott.ssa Stefania Caperna

DCA in aumento per ragazze e ragazzi: intervista alla dott.ssa Stefania Caperna

Ludovica NolfiLudovica Nolfi15/03/2026 ore 11:514 Mins Read Attualità Frosinone Notizie
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In occasione della Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla abbiamo deciso di intervistare la dottoressa Stefania Caperna, psichiatra e psicoterapeuta esperta di DCA. Ne è emerso che ad oggi i disturbi del comportamento alimentare sono in aumento tra ragazzi e ragazze: un dato che non può essere sottovalutato.

DCA: importante non sottovalutare i campanelli d’allarme

Perché ad oggi è importante parlare di disturbi del comportamento alimentare?

È importantissimo parlare di disturbi alimentari perché tutt’oggi è la seconda causa di morte nelle donne tra i 15 e i 25 anni, seconda soltanto agli incidenti stradali. Quindi è una problematica di salute assolutamente importante, purtroppo in aumento in percentuale. Oltre ad avere un aumento  nel numero di nuovi casi abbiamo anche un’età di esordio che si è notevolmente abbassata e tutto ciò porta chiaramente alla necessità di una maggior attenzione sia in ambito di prevenzione sia come sensibilizzazione ma soprattutto come messa a disposizione di trattamenti adeguati.

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Lei ha menzionato un dato interessante: ha detto che è la seconda causa di morte fra le giovani donne, perché c’è questo squilibrio di genere? Secondo lei è più difficile diagnosticare un dca ad un ragazzo?

Indubbiamente c’è un aumento anche del dato al maschile, soprattutto nell’ultimo decennio. Ormai mi occupo di disturbi  alimentari da oltre un decennio e nel corso del tempo abbiamo notato un aumento delle diagnosi. Inoltre abbiamo iniziato ad attenzionare alcuni DCA che non sono più soltanto i noti anoressia, bulimia o binge eating. Per esempio sono in grande ascesa la vigoressia e l’ortoressia, che molto spesso  sono di difficile diagnosi, perché iniziano con comportamenti che nella società vengono visti  in senso positivo, come ad esempio l’attenzione per un’alimentazione sana, oppure l’attenzione ad un ad un fisico il più possibile prestante. 

Secondo lei ad oggi esistono dei disturbi alimentari che sono “normalizzati”? Le faccio un esempio: un’eccessiva “passione per il fitness” può nascondere dietro di sé un disturbo alimentare?

Sicuramente la passione per il fitness può rappresentare un esempio di un percorso che può degenerare in un problema di salute. È chiaro però che parliamo di patologie multifattoriali, magari quello che vediamo inizialmente è solo una grande passione che però nel tempo può diventare totalizzante. Magari ad un certo punto l’attenzione per il corpo, per il peso, o per il cibo diventa il perno centrale della vita e della quotidianità delle persone, quindi a quel punto non si tratta più solo di passione. Possiamo vedere nella nostra società molte situazioni definibili “subcliniche”, cioè situazioni che non arrivano ad avere i criteri per fare una diagnosi, ma che presentano alcuni sintomi potrebbero creare necessitare di attenzione. Non si può dire, però, che soltanto la passione il fitness poi porti inevitabilmente alla malattia, questo assolutamente no. Ci sono dei fattori che possono offrire un terreno fertile per sviluppare alcune patologie multifattoriali, come ad esempio l’ambiente, la società, la famiglia o la genetica.

Quali sono dei campanelli d’allarme da non sottovalutare?

Molto spesso ci si focalizza sulla quantità di cibo, le modalità nutrizionali possono essere indubbiamente un campanello d’allarme: ad esempio se vediamo un adolescente con una grande restrizione alimentare o dei dimagrimenti repentini. Il campanello d’allarme ancora più importante, però, è quando vediamo il cambiamento relazionale o psicologico di alcuni adolescenti che iniziano magari a chiudersi, uscendo meno o stando meno in contatto con gli altri. Magari iniziano ad evitare la socialità perché molto spesso è legata a momenti di convivialità e quindi di alimentazione condivisa. Iniziano ad essere più scontrosi, meno socievoli, meno sorridenti: quindi quello che bisogna vedere, al di là del dato puramente nutrizionale, è il cambiamento di stile di vita di questi ragazzi. Anche perché molto spesso gli adolescenti non si confidano in famiglia, non chiedono aiuto. Purtroppo una caratteristica estremamente negativa di queste malattie è la non consapevolezza di avere un problema. Questo porta ad una difficoltà perché chiaramente se un ragazzo non ritiene di avere un problema tantomeno penserà di dover chiedere aiuto.

Mi parlava di un aumento dei casi, a cosa è dovuto secondo lei? 

Vi è senza dubbio un’adultizzazione dell’infanzia: l’età d’inizio dell’adolescenza si è notevolmente abbassata e queste erano delle patologie che iniziavano a presentarsi in maniera frequente con lo sviluppo. Questa fase qui è stata anticipata sotto tanti punti di vista probabilmente. È chiaro che, quando parliamo di multifattorialità, parliamo di  aspetti genetici che però non siamo riusciti ancora ad identificare e di aspetti ambientali che possono essere appunto legati alla nostra società o al consumo. Alcuni fattori possono essere contrastati con la prevenzione, magari avendo un’alimentazione sana ed equilibrata o fare attività motoria. Inoltre è necessario prestare attenzione allo sviluppo psicologico o al benessere in generale dei ragazzi. 

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Ludovica Nolfi

Nata il 29 agosto 2001 ad Alatri (FR). Laureata in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l'Università di Roma "Sapienza". Laureata in Editoria e Scrittura presso l'Università di Roma "Sapienza".

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