La frana che ha messo in ginocchio Niscemi, nel Nisseno, non è un evento isolato. Domenica 25 gennaio una massa di terra lunga circa quattro chilometri ha creato uno strapiombo che ha inghiottito case e strade, spingendo le autorità a evacuare oltre 1.500 persone. Nei giorni seguenti il fronte di frana ha continuato a muoversi, alimentato da piogge legate al ciclone Harry e dall’infiltrazione di acqua in terreni sabbiosi e argillosi. I geologi spiegano che non è il classico crollo improvviso: l’intera collina scivola lentamente verso la piana di Gela per la combinazione di strati di sabbia e argilla, carico antropico, rete di drenaggio insufficiente e piogge sempre più intense.
Questi fattori – terreni argillosi saturi e acque meteoriche non sempre ben regimate – non sono esclusivi della Sicilia. Anche nel Lazio esistono aree con caratteristiche geologiche e urbanistiche in parte simili. Questo non significa che siano destinate a eventi delle stesse dimensioni di Niscemi, ma che presentano alcune fragilità da conoscere e gestire. L’intento non è creare allarme, bensì capire dove il territorio richiede maggiore attenzione, così da puntare su monitoraggio, manutenzione e pianificazione. Quali sono, dunque, le zone più delicate dal punto di vista geologico?
Rischio frane nel Lazio: i numeri
Secondo l’Autorità di bacino dell’Appennino Centrale, oltre 15.000 frane interessano circa il 5 % della superficie regionale e coinvolgono più di 100.000 residenti; le aree soggette a rischio idraulico coprono il 6 % del territorio e mettono in pericolo oltre 400.000 persone. L’ente ricorda che attualmente sono in vigore cinque Piani di assetto idrogeologico (PAI) separati e che l’adozione di un PAI distrettuale integrato è essenziale per armonizzare le strategie e rafforzare la prevenzione.
Anche l’Ordine dei Geologi del Lazio lancia l’allarme. In tre anni la popolazione che vive in aree a pericolosità da frana elevata o molto elevata (classi P3–P4) è aumentata del 17 %, passando da 41.475 a 48.552 persone. Crescono pure gli edifici (+14 %), le attività economiche (+19 %) e i beni culturali (+8 %) esposti. «Il rischio aumenta non tanto perché le zone pericolose si estendono, ma perché sempre più persone e infrastrutture occupano territori fragili», spiega la presidente dell’Ordine, Simonetta Ceraudo.
A differenza di Niscemi, dove un unico corpo di frana si estende per chilometri, nel Lazio i movimenti sono spesso più piccoli e numerosi. Ciò non riduce il pericolo: molte frane sono lente e passano inosservate finché non compromettono edifici o strade.
La “città che muore” e le rupi tufacee del Viterbese
Civita di Bagnoregio, conosciuta come la “città che muore”, è uno dei luoghi più emblematici del Lazio. Il borgo sorge su una rupe di tufo vulcanico che poggia su argille sabbiose marine. I versanti sono soggetti a fenomeni complessi: soliflussi, colate, scorrimenti traslativi e rotazionali. La mobilizzazione della parte alta dei pendii scalza la rupe, causando crolli e ribaltamenti. Le argille sottostanti si deformano facilmente quando sono sature; il ponte che collega il paese al mondo esterno è ancorato in profondità con piloni che raggiungono 25 metri dentro le argille.
Le similitudini con Niscemi sono evidenti: alternanza di tufi e argille, forti piogge, movimento roto‑traslativo. Tuttavia i fenomeni nel Viterbese hanno per ora un’estensione minore e sono oggetto di monitoraggi costanti. Un evento eccezionale, combinato con un’insufficiente manutenzione delle reti di drenaggio, potrebbe però innescare un movimento più ampio.
Le colline tufacee di Roma e l’“Argilla di Monte Vaticano”
La campagna romana è caratterizzata dalle cosiddette argille di Monte Vaticano, depositi pliocenici a bassa permeabilità, ricoperti da coltri di tufo. Questi substrati producono frane lente e instabilità diffusa. La popolazione residente in aree ad alta pericolosità da frana nel Lazio è in crescita, segnale che anche zone densamente urbanizzate come Monte Mario, Monteverde, la via Cassia e la valle del Tevere possono essere vulnerabili.
Qui i dissesti si manifestano sotto forma di soliflusso e scorrimenti superficiali che deformano strade e fondazioni. Raramente raggiungono i 4 km di estensione, ma l’accumulo di edificazioni e infrastrutture sul bordo dei pendii può amplificare i danni.
Le valli della Ciociaria e del Frosinate
Nel 2025 una violenta tempesta ha colpito la provincia di Frosinone: frane, alberi sradicati, grandine e allagamenti hanno interessato l’Anagnino, il Sorano e il Cassinate. Nel centro storico di Guarcino è crollato un muro di contenimento, danneggiando un’abitazione.
I rilievi calcareo‑marnosi della Ciociaria sono predisposti a scivolamenti quando piove intensamente. Le frane tendono a essere più localizzate rispetto a Niscemi, ma la presenza di centri storici costruiti su pendii ripidi rende il territorio vulnerabile. La manutenzione delle opere di sostegno e dei versanti è fondamentale per ridurre il rischio.
Monti della Tolfa, Colli Albani e Prenestini: frane “silenziose”
Nelle colline vulcaniche della Tolfa e nei Colli Albani, strati di lave e piroclastiti poggiano su argille marine. Le piogge persistenti possono innescare colate di fango che interrompono strade rurali. Nei Monti Prenestini, vicino a Frascati e Zagarolo, smottamenti superficiali sono frequenti dopo temporali estivi. Finora non si sono registrate frane di dimensioni paragonabili a Niscemi, ma l’aumento di eventi meteorologici estremi potrebbe rendere questi sistemi più instabili.
Prevenzione e pianificazione: le lezioni di Niscemi
Gli esperti sottolineano che la frana di Niscemi non è stata un fulmine a ciel sereno: il versante si deformava da tempo. A conferma di ciò, il dipartimento di Protezione civile ha spiegato che anche precipitazioni non eccezionali possono riattivare un versante già fragile. La lezione vale anche per il Lazio: non basta aspettare l’emergenza.
- Monitoraggio. I movimenti lenti devono essere seguiti con strumenti adeguati (radar, inclinometri, satelliti) e con l’occhio attento dei cittadini. Crepe nei muri, deformazioni del suolo, porte e finestre che non chiudono sono segnali da non ignorare.
- Gestione delle acque. Molte frane sono legate all’infiltrazione incontrollata: occorre garantire reti di drenaggio efficienti e manutenzione delle condotte.
- Pianificazione urbana. L’adozione del PAI distrettuale integrato nel Lazio punta a unificare le mappe di pericolosità e a limitare nuove edificazioni nelle zone più esposte. Gli enti locali devono dotarsi di geologi e tecnici che traducano i dati in scelte operative.
- Consapevolezza. La popolazione deve essere informata: le frane spesso hanno una storia di deformazioni lente. Riconoscere i segnali permette di intervenire prima che il dissesto diventi irreversibile.
Raccontare la frana di Niscemi e chiedersi se possa accadere nel Lazio significa ricordare che il territorio non è statico. I suoli argillosi, le colline tufacee e i pendii appenninici sono in equilibrio precario: possiamo ridurre il rischio solo investendo in conoscenza, manutenzione e pianificazione.





