Frosinone: cercasi 17 consiglieri disperatamente e non solo per il numero legale necessario per la validità del consiglio comunale, ma per eleggere il Presidente del Consiglio. Una partita che è ancora aperta e senza soluzioni. Molto probabilmente neanche il vertice di maggioranza, convocato questa sera, riuscirà a dipanare il bandolo della matassa, mancando un nome capace di raccogliere 17 consensi necessari, che ad oggi non ci sono.
Così, mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi sulla soglia dei diciassette voti necessari per tentare l’elezione del presidente del Consiglio comunale, la sensazione è che la partita decisiva si giochi su un terreno diverso. Ed è proprio questa una possibile chiave di lettura della riunione di maggioranza convocata per questa sera.
L’obiettivo immediato non sembra essere la ricerca di una sintesi sulla presidenza dell’Aula, questione ancora irretita da veti incrociati e da equilibri politici che difficilmente potranno ricomporsi nell’arco di poche ore.
Più realisticamente, la coalizione appare orientata a individuare un vicepresidente vicario chiamato ad assumere, almeno temporaneamente, le funzioni di guida del Consiglio comunale, consentendo così all’assemblea di proseguire la propria attività senza ulteriori paralisi.
È questo il nodo autenticamente politico. Il resto, almeno in questa fase, sembra appartenere più alla dimensione della tattica negoziale che a quella della concreta praticabilità.
Negli ultimi giorni si sono moltiplicate indiscrezioni che evocano franchi tiratori, improvvise convergenze trasversali e persino l’ipotesi di un presidente facente funzioni espresso dall’opposizione. Scenari suggestivi, certamente, ma che meritano di essere valutati con il necessario distacco critico.

Anche perchè se l’opposizione riuscisse ad eleggere il presidente del Consiglio con i voti di parte della maggioranza, per Mastrangeli non resterebbe che la strada delle dimissioni.
In politica, soprattutto nelle fasi di maggiore tensione, la rappresentazione della forza precede spesso il suo effettivo esercizio. Lasciare intendere che esistano parlamentini paralleli, manovre occulte o improbabili “colpi di mano” può rappresentare uno strumento di pressione nel confronto interno alla coalizione. Ben diverso è tradurre quelle suggestioni in un atto politico dalle conseguenze potenzialmente irreversibili.
Perché una scelta di rottura non produrrebbe soltanto l’effetto di determinare l’esito di una singola votazione. Finirebbe inevitabilmente per incidere sugli equilibri complessivi della maggioranza in una fase estremamente delicata della consiliatura, quando alle elezioni amministrative manca ormai meno di un anno. Ma vi è un ulteriore elemento che induce alla prudenza: diversi protagonisti di questa stagione politica coltivano prospettive e legittime ambizioni che guardano ben oltre Palazzo Munari, proiettandosi verso scenari istituzionali di livello superiore, piuttosto che la ricerca spasmodica di 17 consiglieri.
Difficilmente chi intende costruire un percorso politico di più ampio respiro sceglierebbe di intestarsi una frattura destinata a lasciare inevitabili strascichi.
È per questo motivo che si osserva con un certo scetticismo il protagonismo di coloro che, in queste ore, sembrano voler interpretare il ruolo dei “rivoltosi” o dei novelli garibaldini della maggioranza, non avendo neanche il “physique du rôle” per farlo. Più che autentiche strategie di rottura, tali atteggiamenti sembrano rispondere alla fisiologica esigenza di rafforzare la propria posizione negoziale all’interno della coalizione.
Un copione già visto molte volte nella politica amministrativa, dove i toni si alzano sensibilmente prima di una trattativa destinata, quasi sempre, a ricondurre le parti a una sintesi.
La logica istituzionale, del resto, suggerisce un approdo diverso. La necessità di garantire continuità all’azione amministrativa, evitare ulteriori stalli e preservare una maggioranza che, pur attraversata da tensioni evidenti, continua a sostenere il sindaco Riccardo Mastrangeli, costituisce un interesse largamente prevalente rispetto a qualsiasi tentazione di prova muscolare.
Soprattutto perchè mancano davvero pochi mesi alla fine della consiliatura e sembra proprio che nessuno di questi protagonisti, specie alcuni, abbiano intenzione di andare a casa anticipatamente.
Da questa premessa discende una valutazione che appare tutt’altro che azzardata. È verosimile che la soluzione finale si collochi nel solco della continuità amministrativa e del rispetto degli equilibri originari della coalizione. In tale prospettiva, appare plausibile che la vicepresidenza vicaria venga ricondotta alla Lista Ottaviani, formazione che esprimeva originariamente quella posizione nell’Ufficio di Presidenza.
Tra le diverse ipotesi circolate, il nome di Gianpiero Fabrizi continua a presentarsi come quello maggiormente in grado di raccogliere una convergenza sufficientemente ampia da consentire alla maggioranza di superare l’attuale fase di impasse.
Naturalmente sarà il voto del Consiglio comunale a pronunciarsi, unico arbitro delle dinamiche politiche. Ma alla luce degli interessi in campo e delle implicazioni che una rottura determinerebbe, appare più probabile che prevalga la razionalità politica piuttosto che la suggestione del gesto eclatante.
In fondo, la storia delle assemblee elettive insegna che gli slanci barricaderi trovano spesso ampio spazio nelle dichiarazioni, molto meno nelle urne. E quando la posta in gioco riguarda non soltanto una carica istituzionale, ma la tenuta di un’intera maggioranza, seppur debole e le prospettive politiche dei suoi protagonisti, la mediazione finisce quasi sempre per prevalere sull’avventurismo.








