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Home » Notizie » Editoriali » Gennaro Duccilli: 50 anni di teatro e la simbiosi con Caligola

Gennaro Duccilli: 50 anni di teatro e la simbiosi con Caligola

Gabriele SilardiGabriele Silardi18/04/2026 ore 07:2111 Mins Read Cultura ed eventi Editoriali Lazio
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Il teatro può diventare una vocazione per tutta la vita. Per Gennaro Duccilli, attore, regista e autore, è esattamente così. Dagli anni ’70 attraversa la scena italiana con la determinazione di chi ha fatto dell’arte teatrale una ragione di esistenza.

Al suo fianco, nella compagnia Teatro della Luce e dell’Ombra, c’è il figlio Antonio Maria. Oltre che attore e co-fondatore, Antonio Maria cura la comunicazione e il marketing della compagnia. In questa intervista, Gennaro Duccilli racconta il suo percorso artistico.

Trailer Caligola

Al centro c’è Caligola, ispirato al testo di Albert Camus, in scena al Teatro Ghione di Roma il 23, 24 e 25 aprile 2026. Inoltre, lo spettacolo si arricchisce di una dimensione visiva inedita. La scenografia è stata curata dal maestro Sergio Gotti.

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Gianfranco Neri e le sue Nuvole

Le opere della mostra Neri-15 ipotesi di cielo a carboncino di Gianfranco Neri verranno proiettate sul LED Wall del teatro. Neri è architetto, ex docente universitario e artista. La sua ricerca si muove da sempre sul confine tra architettura, arti visive e linguaggi dell’immagine.

Luca Rondoni mentre anima le Nuvole di Neri

Le opere sono esposte all’Atelier La Sartoria delle Idee a Velletri. A curare la selezione e l’allestimento visivo è infine Luca Rondoni, curatore d’arte contemporanea con una consolidata esperienza in progetti espositivi che mettono in dialogo discipline diverse.

In occasione dello spettacolo che si terrà al teatro Ghione, la nostra redazione ha intervistato in esclusiva proprio Gennaro Duccilli.

Intervista a Gennaro Duccilli

Chi è Gennaro Duccilli e come si racconterebbe a un pubblico che non lo conosce?

Questa è la domanda più difficile che potevi farmi, perché io penso che sia proprio difficile rispondere alla domanda chi sei, tu te la sei mai fatta questa domanda? Ecco perché dire sono un attore, dire sono un regista, sono un padre di famiglia, cioè io penso che ognuno di noi potrebbe scrivere varie autobiografie, quindi tu che cosa vuoi sapere di me, chi sono come attore, come regista, come artista?

Che tipo di attore sei ?

La critica in genere mi definisce un “attore estremo”, non so perché, ma mi definisce così. Sicuramente sono un attore in continua ricerca, anche alla mia età, perché vengo dal teatro di sperimentazione degli anni Settanta e sono cresciuto con compagnie che nel Mezzogiorno d’Italia iniziavano quel percorso, come il Teatro del Libera Scena Ensemble e altre realtà storiche.
Ho avuto la fortuna di vedere sotto casa gruppi provenienti da tutto il mondo, perché si organizzavano settimane internazionali di teatro laboratorio: vedevo l’Odin Teatret, il The Living Theatre, compagnie dalla Grecia, dal Giappone, dall’Inghilterra.

Ho avuto la fortuna di vivere il teatro di ricerca e di sperimentazione prima come attore e poi, per uno strano motivo, ho capito di avere qualcosa dentro da esprimere. Una sera durante una festa insieme ad un mio amico stranissimo, biondo, occhi azzurri, di origini normanne, strano ma con una sua genialità particolare, mentre stavamo ascoltando il brano Cemento Armato de Le Orme, mi disse: “Genny senti la musica e fatti portare dalla musica”. Io mi inginocchiai e fu qualcosa di straordinario perché andai all’indietro come se fossi in volo, In volo così citiamo anche il Banco del Mutuo Soccorso, e in volo andai all’indietro, mi inarcai completamente, toccai con la nuca, senza nessun dolore e senza rendermi neanche conto, il pavimento e risalii. Lì ebbi la cosiddetta folgorazione, ho capito che dentro me c’era altro, qualcosa di diverso, qualcosa che devo cercare. Proprio in quel periodo un altro mio amico, oggi filosofo, Vincenzo Cuomo, stava mettendo su uno spettacolo teatrale e gli chiesi di partecipare. Dovevo fare una particina, ma alla fine, chissà perché, divenni il protagonista. Così nacque questa mia passione che continua ancora oggi.

Quindi tu diresti che il Gennaro Duccilli attore è nato da quel momento?

Assolutamente sì. Prima facevo qualche imitazione, mi ricordo quelle di Ugo Tognazzi e Gianni Morandi ma non avevo mai pensato al teatro, mai pensato alla recitazione, quindi fu in quel momento particolarissimo che si creò dentro di me una piccola frattura ma da cui veniva fuori luce. Io sono diventato professionista nel 1979 ma ho cominciato nel 1975, quindi diciamo che festeggio quest’anno 51 anni di teatro.

Vorrei sapere di che cosa ti occupi oggi, che cosa fa Gennaro?

Oltre ad essere un attore e un regista, sono un insegnante di recitazione. In questo momento ho quattro corsi. A Genzano di Roma. Alla Casa delle Culture e della Musica di Velletri, e poi ad Ardea.

Come riusciresti a riassumere in poche parole quella che è la tua missione artistica?

Ho fatto sia teatro di ricerca che teatro commerciale. All’Accademia Napoli, creata da Eduardo Palumbo, con rettori Paolo Stoppa e Mario Scaccia. Il mio insegnante di recitazione, tra duecento allievi, prese me per la prima al Teatro Comunale di Caserta, poi alla Regia di Caserta e poi addirittura al Teatro Grande di Pompei. Nel Don Giovanni di Mollière, avevo un monologo, aprivo gli occhi e c’erano 5.000 persone tutte le sere. Quegli occhi sembravano appoggiarsi sulle tue spalle. A quell’età è stata l’emozione più grande che ho provato. C’erano grandi attori in scena con me, come Claudio Gora e Marina Berti, i genitori di Andrea Giordana. Insomma parliamo di attori importanti della storia del teatro e del cinema.

Come è cambiato oggi il teatro?

Per quanto mi riguarda, ho sempre puntato sui giovani, anche perché ho fatto molto teatro per le scuole, con tournée lunghe in tutta Italia, nel circuito dell’Ente Teatrale Italiano. Ho sempre cercato di avvicinarmi al loro gusto. Per esempio, quando metto in scena il Caligola di Camus, non lo propongo in modo tradizionale, ma lo rielaboro. Nello spettacolo ci sono molte musiche, anche contemporanee, come i Sigur Rós, con ritmi molto intensi. La mia missione è avvicinare quanti più giovani possibile al teatro. Molti miei allievi sono diventati attori: una ragazza, per esempio, oggi lavora con il Cirque du Soleil; altri sono entrati in accademie come la Silvio d’Amico o il Centro Sperimentale. Oggi ciò che mi interessa di più è creare un gruppo di giovani attori che porti avanti questo tipo di teatro. È vero che rispetto agli anni d’oro si parla di un impoverimento, ma nella mia esperienza non lo sento. Molti dei giovani che debutteranno in Caligola quest’anno vengono dalla mia scuola e sono estremamente talentuosi. Credo che il teatro possa rifiorire proprio grazie a una visione che sia allo stesso tempo moderna e legata alla grande tradizione del passato.

Secondo te cosa si potrebbe fare concretamente per avvicinare le nuove generazioni al mondo del teatro?

Antonio, mio figlio, fa un grande lavoro in questo senso. Ci rivolgiamo anche a livello mediatico e comunicativo alle fasce più giovani, ai giovanissimi. Per fare un esempio, attualmente ho una trentina di ragazzi del liceo classico, dai 13 ai 18-19 anni; molti di loro continuano il percorso e scelgono il ramo teatrale anche all’università. È qualcosa di incredibile. In questo momento ho più di 80 allievi e la maggior parte sono giovanissimi, e quasi tutti proseguono. Ci sono ragazzi che mi seguono da 15 o addirittura 18 anni e che portano avanti questo tipo di teatro, questa visione. Abbiamo creato una residenza teatrale artistica, proprio per avvicinare ancora di più i giovani. Abbiamo partecipato al palio studentesco di Velletri, organizzato da Giacomo Zito. Cerchiamo in tutti i modi di costruire un futuro, non solo per questi giovani attori, ma anche per le generazioni che nel teatro possono riconoscersi. Il punto principale è riconoscersi ed esprimersi. Siamo arrivati perfino a lavorare sulla maschera interpretativa, qualcosa che tocca corde molto profonde; è un’esperienza che, se raccontata, può anche fare un po’ paura… ma magari ne parleremo nella prossima intervista.

Sono 20 anni che porti in scena Caligola, giusto?

Nel 2009 abbiamo portato lo spettacolo in Spagna, debuttando a Siviglia e poi a Cadice, recitando in una lingua che non conoscevo. Già questo rese l’esperienza unica. Mettemmo in scena Caligula di Camus al Teatro Italica, uno spazio immenso. La sera del debutto, dopo pochi minuti dall’inizio, iniziò a piovere forte. Noi continuammo a recitare completamente bagnati e, cosa incredibile, il pubblico rimase al suo posto sotto gli ombrelli. Nonostante i tentativi di interrompere lo spettacolo, decisi di andare avanti fino alla fine, anche grazie al sostegno del pubblico. A un certo punto uno spettatore gridò: “Torero, quédate en la plaza”, un complimento straordinario a Siviglia. Arrivammo così al finale tra applausi e pioggia scrosciante. Un momento potentissimo, che resta una delle esperienze più belle della mia carriera. Il giorno dopo, una traduttrice mi raccontò che suo figlio era rimasto talmente colpito da continuare a ripetere anche a casa “Caligula”. Forse il segno più autentico di quanto quello spettacolo fosse arrivato al pubblico.

Com’è cambiato lo spettacolo nel corso di questi anni?

Innanzitutto farlo in italiano non è stato facile, perché lo avevamo costruito in spagnolo. C’erano altre assonanze, un altro ritmo, anche legato alle mie origini napoletane. È stato molto bello perché abbiamo portato lo spettacolo al Palatino, proprio nella casa di Caligola, davanti a una chiesa ortodossa. Avevo anche qualche timore per certe scene, ma è stato un successo straordinario. C’era anche Silvana Pampanini, che è venuta a omaggiarmi dopo lo spettacolo ed è poi diventata madrina del Festival del Cinema.
Successivamente lo abbiamo portato anche all’interno di Castel Sant’Angelo, nel piazzale di Alessandro VI in un’atmosfera davvero suggestiva. Poi lo spettacolo ha continuato a girare in tutta Italia, dandoci ancora soddisfazioni, con cambiamenti nel tempo sia negli attori sia in alcune scene. Quest’anno c’è una novità importante: l’inserimento di immagini, poche ma significative, per dare più forza, anche perché il teatro è molto grande. Torniamo infatti al teatro Ghione, diretto da Ercole Palmieri, dove eravamo già stati tre anni fa. Le immagini sono in parte di Antonio Maria Duccilli, ma devo ringraziare anche il contributo dell’artista Gianfranco Neri e del curatore d’arte Luca Rondoni. Visitando la mostra di Neri sono rimasto profondamente colpito. Le sue nuvole mi hanno fatto sentire dentro l’anima di Caligola, il suo dolore per la morte di Drusilla. Non conoscevo l’artista, ma quando l’ho incontrato gli ho chiesto di abbracciarlo. Mi aveva trasmesso qualcosa di fortissimo, proprio ciò che cercavamo. Questa volta, più che cercarla, è stata la ricerca a venire da noi.

Dopo vent’anni in cui porti in scena Caligola mi viene da chiederti, che rapporto hai con l’imperatore romano, qual è il legame che vi unisce?

Caligola è sicuramente il personaggio che amo di più e che mi fa soffrire di più. Ogni volta mi spacca dentro. Veniamo da un periodo difficile anche a livello familiare e, dopo tre anni, mi rendo conto che dentro e fuori di me sono cambiate molte cose, e quindi è cambiato anche Caligola. È un uomo che vuole diventare maschera per nascondere le proprie ferite, ma nel corso della rappresentazione diventa sempre più difficile farlo. Il trucco si scioglie e quella maschera finisce per smascherarsi. È qualcosa di molto potente, che ogni volta mi porta più in profondità e cambia a ogni replica. Pensa al Joker di Heath Ledger, una maschera già in decomposizione, che si scioglie. Nello stesso periodo ho lavorato su qualcosa di molto simile, senza saperlo. Tre anni fa sono andato in scena con tre costole fratturate. Alla prova generale stavo malissimo e durante il primo spettacolo sono anche caduto, peggiorando la situazione. Non riuscivo quasi a stare in piedi, ma il dolore fisico non superava quello interiore, legato al lutto e alla perdita. Ho fatto comunque quattro rappresentazioni in condizioni pessime, andando avanti tra dolore e fatica. Tutto questo è diventato parte di me e del personaggio. Mi viene in mente una battuta de Il gabbiano di Čechov, alla domanda, qual è la cosa più importante per un attore? La risposta è: la capacità di soffrire. Ed è proprio così, un attore deve saper soffrire, fisicamente ma soprattutto dentro.

Informazioni

  • Dal 23 al 25 aprile 2026 al Teatro Ghione, Via delle Fornaci, 37 – Roma
  • Biglietti disponibili su TicketOne: Biglietti
  • sito della compagnia: www.teatrolucebra.com
  • comunicazione: http://www.cultadv.com

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Gabriele Silardi

Classe ’99. Nato a Velletri (RM), Laureato in Lettere Moderne presso La Sapienza Università di Roma.

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