Abbiamo intervistato Selene e Lorenzo Genovesi, autori e registi di teatro, originari di Boville Ernica. Da tempo, assieme ai commedianti de “Gl Manecut”, portano il dialetto in scena per preservarne l’essenza. Abbiamo fatto loro alcune domande per avere un’idea di cosa sia capace la nostra amata lingua quando deve raccontare la quotidianità .
Come nasce il vostro progetto? Perché avete deciso di chiamare l’Associazione “Gl Manecut'”?
Il progetto de “Gl Manecut” ha una prefazione importante e doverosa, che è quella dell’Associazione Teatro e Solidarietà fondata da nostro padre, Renato Genovesi insieme a Pierino Capogna e da amici e vicini di casa nella Boville Ernica degli anni 70, che stava crescendo sul piano finanziario e culturale, anche se lentamente rispetto ai centri urbani.
Il concetto di comunità che hanno sviluppato è stato lo sfondo della nostra infanzia e adolescenza, e lo abbiamo voluto portare avanti.
Il nostro nome invece è nato in maniera insolita, durante la prima rappresentazione dei quattro attori che sono stati lo scheletro del gruppo. Nello scenario dei Fasti Verolani del 2020, invece del solito cappello che gli artisti di strada espongono per le eventuali offerte, noi avevamo un “manecuto”, il tradizionale cestino di vimini con un solo manico, anche un po’ sgangherato e sfilacciato a dire il vero. Senza forzature, è diventato il nostro simbolo. “Gl Manecut” di oggi è stato riaggiustato, è più forte di prima, pieno di primizie, di beni preziosi della nostra terra e, perchè no, anche di sorprese!
Come nascono le vostre rappresentazioni teatrali e qual è il messaggio che volete trasmettere?
Le nostre rappresentazioni cercano di portare in scena momenti di vita quotidiana in cui più o meno tutto il nostro pubblico può riconoscersi. La performance di questa routine che ci sembra familiare, e che viviamo spesso a minuti contati, si traduce a volte in scene spensierate, leggere e comiche, e a volte in spunti di riflessione. Il nostro obiettivo, e forse anche un po’ un marchio di fabbrica, è quello di far sorridere certamente, ma anche di prendersi un momento per pensare. Ogni volta che si chiude il sipario, speriamo di aver fatto rimanere un messaggio più profondo ad ognuno dei nostri spettatori.
Oltre che un gruppo di attori, mi pare di aver capito si sia formata una famiglia. Quanto è importante per voi – e più in generale per un progetto – avere un legame d’affetto così vero?
Nel nostro contesto, andare d’accordo ci sembra la base minima del successo di questo progetto. Siamo tutti volontari e facciamo tanti sacrifici per preparare le rappresentazioni, dopo una giornata di lavoro e tutti gli impegni personali, ma lo stare insieme ci fa bene e ci ricarica. Se non ci fossero serenità e affetto, non penso che saremmo arrivati a questo punto. Certo, siamo onesti, sarebbe un po’ ipocrita dire che non abbiamo avuto i nostri screzi, come tutte le famiglie del resto. Ci sono stati degli scontri e anche delle rotture, più o meno dolorose, che hanno portato alla crescita e alla comprensione.
Ci sono persone di ogni generazione. Cosa accomuna tutti?
Uno dei punti forti del gruppo è proprio questo prisma di età diverse, con modi di fare, pensieri e approcci alla vita che si mescolano e creano una sfumatura interessante. Questa varietà ci arricchisce sotto moltissimi punti di vista, crea dei connubi magnifici e a volte anche inaspettati. Per esempio, le scenografie vengono curate da uno dei nostri veterani, Costantino, e i più giovani del gruppo, Veronica e Marco, che lavorano in simbiosi e con rispetto. Penso che sia questa la parola magica, il rispetto è quello che ci accomuna. Non solo il rispetto, che è altissimo, delle persone e del tempo prezioso che forniscono al progetto. Ma anche il rispetto del territorio, del dialetto, delle tradizioni, della sceneggiatura, delle opinioni del regista.
Perché è importante custodire il dialetto? Insomma, cosa perderemmo se scomparisse?
Importante se non addirittura essenziale per noi. Cerchiamo di rivitalizzarlo senza romanticizzarlo, utilizzandolo in maniera specifica in un contesto contemporaneo. Ci auguriamo che questo nostro progetto possa prevenirne la scomparsa, ma se questo dovesse succedere allora perderemmo l’opportunità di esprimerci in una maniera affettiva, con un rapporto diretto tra cuore, cervello e bocca. Il dialetto è per noi il modo più efficace di comunicare appartenenza, radici, luoghi e sapori, ma anche orgoglio, amore, frustrazione e rabbia.
Cosa contraddistingue il ciociaro?
Se vogliamo parlarne in maniera più accademica, poi, i dialetti ciociari sono veri documenti storici del mix di dominazioni che abbiamo avuto nelle nostre terre, sparse sul confine tra Stato Papale e Regno Borbonico. La lingua parlata che ci contraddistingue è un connubio meraviglioso di melodie simili a quelle partenopee e di troncamenti e vigore consonantico del Romanesco. Una sfumatura linguistica di cui essere molto fieri, e noi lo siamo. Moltissimo.
Se penso al dialetto non posso non pensare ai miei nonni e ai loro modi di dimostrare affetto in maniera semplice e sincera. Di quanto amore è capace il dialetto?
L’amore è infinito e si sprigiona in poche parole dette al momento giusto. La saggezza dei nonni si tramanda nei loro modi di dire, nei termini specifici, nei versi fatti in campagna, nei canti tradizionali: suoni che oggi ci riempiono di nostalgia. Nonostante l’apparente semplicità , c’è sempre un universo di “non detto” dietro alla parola giusta. Nostro nonno per esempio ci raccontava del “gliup penar” per intrattenerci, ma anche per metterci in guardia dai pericoli della vita. E nonna e il suo “requia matern” ci insegnava l’importanza della costanza e della speranza, a prescindere dalla fede cattolica.
Usiamo il dialetto per essere veri, diretti. Spessissimo lo usiamo per far ridere. All’interno delle vostre rappresentazioni è fondamentale. Ma perché il dialetto fa così tanto ridere?
Ci teniamo a specificare che il nostro uso comico del dialetto vuole allontanarsi fermamente dallo stereotipo, spesso usato a Cinecittà , del ciociaro poco educato. La risata che vogliamo far tuonare nel petto dei nostri spettatori nasce forse dal surrealismo di quello che viene messo in scena, e dalla conseguente consapevolezza della lieve assurdità della vita, a volte.
Qual è il personaggio più comico da voi rappresentato?
Non pensiamo ci sia un personaggio in particolare, proprio perché non creiamo maschere fisse, ma le risate catartiche sono spesso generate dall’autoironia comunicata con modi di dire o battute dialettali, che ci fanno ridere ancora di più perché ci parlano in quella lingua onesta e senza filtri che parte dal cuore.
Avete prossimi eventi in programma? Di cosa parlerà la vostra prossima commedia (se si può sapere)?
La prima della nostra nuova commedia è dietro l’angolo: al Teatro Comunale di Ripi, domenica 26 Aprile alle ore 18:00. Ci sarà poi una replica l’8 maggio al Teatro Comunale di Arce. Speriamo che queste date apriranno la stagione estiva di quest’anno.
Il titolo è “Apprima a tutt la salut”, ma non vi diamo altri spoiler, preferiamo invitarvi a venire a vederci.
Un’ultima curiosità : di quale opera andate più fieri?
Della prossima, per citare Enzo Ferrari.
Un mantra che parla di innovazione e di mettersi sempre e comunque in discussione. La potenziale continuità , sia creativa che performativa, di questo progetto ci rende molto fieri.






