Tra il 2023 e il 2026 il lago di Nemi ha perso 94 centimetri di livello, ha già perso metà del suo volume d’acqua e, incredibilmente, sta scomparendo quasi senza che nessuno se ne accorga.
Da alcune settimane leggo articoli dedicati al lago Albano di Castel Gandolfo. Sono tutti contributi rigorosi, che descrivono con precisione la situazione drammatica del bacino lacustre e le possibili soluzioni per invertire una tendenza che vede il livello delle acque diminuire costantemente, mese dopo mese. È giusto che si parli del lago Albano. Ma non dobbiamo dimenticare che, a pochi chilometri di distanza, esiste un altro lago che vive una situazione ancora più preoccupante: il lago di Nemi.
La sua crisi idrogeologica è infatti molto più grave e, se non si interverrà rapidamente, questo specchio d’acqua potrebbe avvicinarsi, nel giro di pochi decenni, a un punto di non ritorno. Il rischio è che il lago scompaia, trasformandosi in una grande vallata, proprio come accadde a Vallericcia, anch’essa originariamente un lago prosciugato dai Savelli nel XV secolo.
Il problema è che il lago di Nemi non gode della stessa attenzione mediatica e turistica del lago Albano. E proprio questa invisibilità rischia di essere il suo nemico più pericoloso: non si difende ciò di cui non si parla.
I numeri che dovrebbero preoccuparci
Storicamente il lago di Nemi raggiungeva una profondità massima di circa 30 metri; oggi la profondità è scesa a circa 23 metri e il lago ha già perso quasi la metà del proprio volume d’acqua. E qui c’è un dato che cambia tutto: il bacino ha la forma di un cono rovesciato. Significa che ogni ulteriore metro perso non è uguale al precedente: ogni discesa comporta una perdita di volume sempre più rapida. Non stiamo scivolando verso il fondo a velocità costante. Stiamo accelerando.
Confrontiamo i due laghi. Il lago Albano è profondo circa 170 metri e si estende per 6 chilometri quadrati: una riserva enorme, che giustamente preoccupa. Il lago di Nemi è profondo appena 23 metri, con una superficie di soli 1,6 chilometri quadrati: una riserva piccola, fragile, che si esaurisce molto più in fretta. Se dovessimo stilare una lista di priorità in base al rischio reale, il lago di Nemi dovrebbe essere in cima, non in fondo.
E i dati dell’idrometro non lasciano spazio a interpretazioni: tra il 1° gennaio 2023 e il 1° gennaio 2026 il livello del lago è diminuito di 94 centimetri. Se questo ritmo continuasse, senza interventi efficaci, nel giro di pochi decenni potremmo trovarci davanti a una situazione irreversibile.
A questo punto la domanda è inevitabile: che cosa possiamo fare per salvare il lago di Nemi e, insieme ad esso, anche il lago Albano?
Le soluzioni esistono. Non servono miracoli, ma decisioni politiche coraggiose e investimenti mirati. Le priorità, a mio avviso, sono almeno cinque.
1. Ridurre le perdite della rete idrica.
Occorre investire risorse nella sostituzione delle condotte obsolete. Uno studio realizzato alcuni anni fa da Marco Alteri ha evidenziato che nei Comuni dei Castelli Romani la dispersione media dell’acqua raggiunge il 54%. Ridurre queste perdite significherebbe diminuire drasticamente i prelievi dalle falde che alimentano i due laghi.
2. Ridurre progressivamente i prelievi dai pozzi ACEA.
Solo nel territorio di Nemi sono presenti otto pozzi che estraggono ogni anno circa 1,6 milioni di metri cubi d’acqua. Cinque di essi hanno una profondità inferiore ai 50 metri e potrebbero intercettare direttamente le acque del lago anziché la falda più profonda.
3. Favorire il ruscellamento naturale delle acque piovane.
Attraverso opere di canalizzazione delle acque meteoriche si potrebbe incrementare l’apporto idrico verso i due laghi.
4. Ridurre i consumi di acqua.
Con una popolazione che nei Castelli Romani sfiora ormai i 400.000 abitanti, diventa indispensabile promuovere una grande campagna di sensibilizzazione per un uso più responsabile della risorsa idrica.
5. Censire tutti i pozzi esistenti.
È necessario effettuare al più presto un censimento completo dei pozzi che attingono dalla falda acquifera e procedere alla chiusura di quelli abusivi. Non possiamo proteggere una risorsa che non sappiamo nemmeno quantificare con precisione.
Dal parlarne all’agire
Oggi non basta più descrivere il problema. È arrivato il momento di riportarlo al centro dell’attenzione pubblica e trasformare la preoccupazione in un impegno concreto delle istituzioni e dei cittadini.
Per questo credo sia arrivato il momento che tutte le associazioni ambientaliste si uniscano per organizzare una grande manifestazione pubblica, pacifica e partecipata, capace di richiamare l’attenzione nazionale sulla necessità di salvare il lago di Nemi e il lago Albano.
Una manifestazione che riunisca associazioni sportive, realtà culturali, scuole, cittadini e istituzioni attorno a un obiettivo comune: affermare che la tutela dei nostri laghi non è una questione locale, ma una responsabilità collettiva.
Ma il lago di Nemi non è soltanto un ecosistema in sofferenza. È uno dei luoghi più straordinari della storia del Mediterraneo.
Qui sorgeva il Bosco Sacro dedicato a Diana Nemorense, meta per secoli di pellegrinaggi e uno dei più importanti luoghi di culto del mondo romano.
Qui si celebrava il misterioso rito del Rex Nemorensis, un’antichissima tradizione fatta di potere, sacrificio, morte e rinascita, divenuta celebre in tutto il mondo grazie all’interpretazione di James George Frazer ne Il ramo d’oro. Pensare che uno dei più importanti archetipi della cultura occidentale abbia avuto origine sulle rive di questo piccolo lago dei Castelli Romani fa comprendere il valore universale di questo luogo.
Qui si trova l’emissario, probabilmente la più straordinaria opera di ingegneria idraulica realizzata nell’antichità.
Qui navigavano le leggendarie navi di Caligola, ancora oggi circondate da interrogativi che continuano ad affascinare studiosi e appassionati: perché furono costruite? Quale funzione svolgevano? Esisteva davvero una terza nave? Chi provocò l’incendio del museo che le custodiva?
Alcuni mesi fa ho dedicato proprio a questo straordinario patrimonio il libro Lo Specchio della Dea, nato dal desiderio di raccontare un luogo unico, dove natura, storia, archeologia e mito si fondono in un equilibrio irripetibile.
Per questo il lago di Nemi non è soltanto un bacino d’acqua. È un archivio vivente della nostra memoria.
Se dovesse prosciugarsi, non perderemmo soltanto un paesaggio di straordinaria bellezza. Perderemmo una parte della nostra identità culturale.
La domanda, allora, è una sola.
Siamo davvero disposti ad assistere in silenzio alla scomparsa di uno dei luoghi più straordinari dei Castelli Romani?







