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Home » Prima pagina » L’Italia è un paese per vecchi. Il dato allarmante in un report dell’ISTAT sulla popolazione

L’Italia è un paese per vecchi. Il dato allarmante in un report dell’ISTAT sulla popolazione

Eugenio SiracusaEugenio Siracusa04/08/2024 ore 07:037 Mins Read Prima pagina
Sarà questo lo scenario in Italia tra 30 anni?
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Le nuove previsioni sul futuro demografico del Paese, aggiornate al 2023, evidenziano tendenze la cui direzione parrebbe irreversibile, pur se in un contesto nel quale non mancano elementi di incertezza.

La popolazione residente è in decrescita: da circa 59 milioni al 1° gennaio 2023 a 58,6 milioni nel 2030, a 54,8 milioni nel 2050 fino a 46,1 milioni nel 2080.

Il rapporto tra individui in età lavorativa (15-64 anni) e non (0-14 e 65 anni e più) passerà da circa tre a due nel 2023 a circa uno a uno nel 2050.

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Con un’età media di 51,5 anni entro il 2050 (50,8 per l’Italia), mentre nel Mezzogiorno ci sarà un processo di invecchiamento più rapido.

Tra 20 anni ci sarà circa un milione di famiglie in più, ma saranno più frammentate. Meno coppie con figli, più coppie senza: entro il 2043 meno di una famiglia su quattro sarà composta da una coppia con figli, più di una su cinque non ne avrà.

E’ questo il report stilato dall’ISTAT relativo all’andamento demografico dell’Italia. Dati per nulla confortanti, anche perché la proiezione non è a lungo termine, ma a medio termine, visto che al 2050 mancano 26 anni.

 Già oggi l’Italia è il Paese più vecchio dell’Unione europea, con metà della popolazione di età media superiore ai 48 anni.

Appare evidente, quindi, che le scelte dei governi che si sono susseguite non hanno prodotto nessun effetto sulla natalità. Neanche i proclami dell’attuale governo sembrano avere un impatto positivo sulla proiezione dell’ISTAT, proprio perché sono solo proclami.

Tra il 2014 e il 2023, sotto l’azione di dinamiche demografiche recessive, il Paese ha perso circa
un milione 350 mila residenti (da 60,3 milioni a poco meno di 59). In linea con tale tendenza, lo scenario di previsione “mediano” contempla un ulteriore calo di 439mila individui entro il 2030 (58,6 milioni), con un tasso di variazione medio annuo pari al -1,1%.

Nel medio termine la diminuzione della popolazione risulterebbe più accentuata: da 58,6 milioni a 54,8 milioni tra il 2030 e il 2050 (tasso di variazione medio annuo pari al -3,3%).
Nella misura in cui si manifestassero le ipotesi demografiche contemplate sotto lo scenario mediano, entro il 2080 la popolazione scenderebbe a 46,1 milioni, diminuendo di ulteriori 8,8 milioni rispetto al 2050 (-5,8% in media annua) mentre il calo complessivo dall’anno base dell’esercizio (2023) ammonterebbe a 12,9 milioni di residenti.

L’evoluzione della popolazione rispecchia il principio, tipico delle previsioni demografiche.

Il report dell’ISTAT è impietoso, sciorinando numeri che dovrebbero far molto riflettere.

Pochi giovani e molti più anziani con una età media che si allunga sempre di più. Da questo punto di vista, già adesso si dovrebbe ripensare il welfare state, ragionando di più sui servizi di assistenza alla terza età, specializzazioni sanitarie geriatriche di avanguardia.

Il report dell’istituto di statistica analizza anche il calo della popolazione per aree geografiche.

Il progressivo spopolamento investe tutto il territorio, ma con differenze tra Nord, Centro e Mezzogiorno che fanno sì che tale questione raggiunga una dimensione significativa soprattutto in quest’ultima ripartizione.

Secondo lo scenario mediano, nel breve termine si prospetta nel Nord (+1,5% annuo fino
al 2030) un lieve ma significativo incremento di popolazione, al contrario nel Centro (-0,9%) e
soprattutto nel Mezzogiorno (-4,8%) si preannuncia un calo di residenti.

Lo scenario mediano mostra che, nel passaggio che condurrà la popolazione dagli odierni 59 milioni di individui a circa 46 nel 2080, si avranno 21 milioni di nascite, 44,4 milioni di decessi, 18,2 milioni di immigrazioni dall’estero e 8 milioni di emigrazioni.

Nello scenario più attendibile, quindi, la popolazione muta radicalmente, e non solo sotto il profilo quantitativo. Le attuali anziane generazioni, infatti, portatrici di valori, usi, livelli di istruzione e competenze proprie lasceranno il passo alle nuove che a loro volta saranno portatrici di pari caratteristiche ma evolute.

I futuri flussi migratori non controbilanciano il segno negativo della dinamica naturale. Nondimeno, essi sono contraddistinti da incertezza, per la presenza di molteplici fattori (spinte migratorie nei Paesi di origine, attrattività del Paese sul piano economico-occupazionale, instabilità del quadro geopolitico internazionale caratterizzato da crisi belliche e dal potenziale innescamento di periodi di recessione economica alternati a periodi di ripresa).

Nel 2050 le persone di 65 anni e più potrebbero rappresentare il 34,5% del totale. Una significativa crescita è attesa anche per la popolazione di 85 anni e più, quella all’interno della quale si concentrerà una più importante quota di individui fragili, dal 3,8% nel 2023 al 7,2% nel 2050 con margini tra il 6,4 e l’8%.

Comunque vadano le cose, quindi, l’impatto sulle politiche di protezione sociale sarà importante,
dovendo porsi l’obiettivo di fronteggiare fabbisogni per una quota crescente di anziani. Sul versante previdenziale, ad esempio, le ipotesi sulle prospettive della speranza di vita a 65 anni contemplate nello scenario mediano presagiscono una crescita importante, a legislazione vigente, dell’età al pensionamento.

Rispetto agli attuali 67 anni, si passerebbe a 68 anni e 2 mesi a decorrere dal 2035, a 69 anni precisi dal 2045 e a 69 anni e 10 mesi dal 2055.

A contribuire alla crescita assoluta e relativa della popolazione anziana concorrerà soprattutto il transito delle folte generazioni degli anni del baby boom (nati negli anni ’60 e prima metà dei ’70) tra le età adulte e senili, con concorrente riduzione della popolazione in età lavorativa.

Nei prossimi trent’anni, infatti, la popolazione di 15-64 anni scenderebbe al 54,3%, evidenziando anche qui un quadro evolutivo certo, con importanti ricadute sul mercato del lavoro e sui fabbisogni da garantire al sistema di welfare.

Nei prossimi 20 anni si prevede un aumento di circa 930mila famiglie: da 26 milioni nel 2023 si arriverà a 26,9 milioni nel 2043 (+3,5%). Si tratta di famiglie sempre più piccole, caratterizzate da una maggiore frammentazione, il cui numero medio di componenti scenderà da 2,25 persone nel 2023 a 2,08 nel 2043. Anche le famiglie con almeno un nucleo (ossia contraddistinte dalla presenza di una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio) varieranno la loro dimensione media da 2,94 a 2,79 componenti.

Un tale calo delle famiglie con nuclei deriva dalle conseguenze di lungo periodo delle dinamiche
socio-demografiche in atto in Italia. L’invecchiamento della popolazione, con l’aumento della speranza di vita, genera infatti un maggior numero di persone sole, il prolungato calo della natalità incrementa le persone senza figli, mentre l’aumento dell’instabilità coniugale, in seguito al maggior numero di scioglimenti di legami di coppia, determina un numero crescente di individui soli e di monogenitori.

Gli effetti dei cambiamenti demografici si ripercuotono anche sui ruoli giocati dalle persone all’interno delle famiglie. La bassa fecondità, per esempio, esercita un effetto sia sulla presenza di genitori sia su quella dei figli, così come l’aumento della popolazione anziana si traduce in crescita di famiglie monocomponente. Gli scenari demografici che si profilano per i prossimi 20 anni non fanno ipotizzare cambiamenti di tendenza.

Le coppie senza figli sono in crescita in tutte le zone del Paese, ma continueranno a essere più diffuse al Nord dove, rappresentando già oltre un quinto delle famiglie (21,8%), conseguiranno un ulteriore aumento a fine periodo (23,2%). Nel Mezzogiorno le coppie senza figli, nel 2023 pari al 18,6% delle famiglie, raggiungeranno dopo 20 anni il 20,3%.

Insomma la politica, di fronte a questi dati, dovrebbe interrogarsi e dovrebbe cominciare già a capire quali azioni intrapendere.

Da una parte per dare impulso alle nascite, con politiche di sostegno alla famiglia, alla casa, in grado di stimolare questo processo nel medio termine, come anche le politiche dell’accoglienza dovrebbe permettere a chi arriva in Italia di sentirsi parte di questo Paese.

Maggiore attenzione e risorse alla cosiddetta terza età, visto che l’età media al 2050 tenderà ad essere oltre gli 80 anni di media.

Insomma se la situazione resterà tale potremmo dire che l’Italia è un paese per vecchi


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Eugenio Siracusa

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