Mitilicoltura Formia: la recente sentenza del TAR sulle concessioni rappresenta, secondo Potere al Popolo, solo l’ultimo capitolo di una vicenda che va avanti da decenni. Un “copione già scritto”, denunciano dal movimento politico, che avrebbe trasformato il mare di Formia in una proprietà privata di pochi concessionari, lasciando alla città in eredità inquinamento ambientale e degrado paesaggistico.
Secondo Potere al Popolo Formia, la questione non nasce oggi. Già nel giugno 2020 le cronache locali avevano acceso i riflettori sulle concessioni dell’itticoltura, evidenziando la presenza di impianti operanti senza adeguati controlli ambientali e mai delocalizzati offshore, nonostante gli obblighi previsti da oltre quindici anni. Dal 2010, anno dell’istituzione dell’Area Sensibile, si sarebbe assistito a un continuo rimpallo di responsabilità tra Regione Lazio e Comuni, senza che nulla cambiasse sul piano concreto.
Il movimento denuncia un doppio impatto ambientale sul Golfo di Formia. Da un lato la mitilicoltura, accusata di soffocare i fondali con residui organici e di invadere le spiagge con microplastiche e retini di nylon; dall’altro l’itticoltura intensiva, che aggraverebbe la situazione con sversamenti di mangimi, antibiotici e deiezioni dei pesci in un bacino caratterizzato da scarso ricambio d’acqua. Un insieme di fattori che, secondo Potere al Popolo, avrebbe compromesso la biodiversità marina e reso le acque sempre più torbide.
Nel mirino finisce anche l’azione politica regionale. In particolare, viene contestata la delibera dell’assessora Elena Palazzo, accusata di aver stralciato la mitilicoltura dagli obblighi di delocalizzazione offshore. Una scelta che, sempre secondo il movimento, avrebbe favorito i concessionari fornendo loro uno strumento decisivo per vincere i ricorsi al TAR, a scapito della tutela ambientale e della salute pubblica.
Potere al Popolo Formia respinge inoltre quello che definisce un “ricatto occupazionale”, sostenendo che il futuro economico del territorio non possa essere legato a un modello produttivo ritenuto insostenibile. Al contrario, il rilancio dovrebbe passare da un mare pulito, dal turismo sostenibile e dalla valorizzazione del patrimonio naturale, oggi penalizzato anche dall’impatto visivo degli impianti lungo la costa.
Il movimento avanza richieste precise: delocalizzazione immediata offshore di tutti gli impianti di mitilicoltura e itticoltura fuori dal Golfo, controlli ambientali rigorosi e trasparenti sui fondali e la revoca delle delibere regionali che, a loro avviso, servirebbero solo a prolungare una situazione ambientale definita insostenibile.
“La sentenza del TAR – conclude Potere al Popolo – non può essere il punto finale. Il mare di Formia è un bene comune, non è in vendita. È il momento di riprenderci ciò che appartiene alla collettività”.


