Fabrizio Piscitelli, noto come Diabolik, sarebbe stato ucciso perché, pur essendo legato al clan Senese, si era progressivamente reso autonomo nel traffico di stupefacenti e avrebbe smesso di versare al gruppo la quota ritenuta dovuta sui profitti delle attività illecite.
È questa, secondo l’ordinanza del gip di Roma Livio Sabatini, una delle ragioni alla base dell’omicidio dell’ex capo ultras della Lazio, assassinato il 7 agosto 2019 con un colpo di pistola alla testa mentre si trovava su una panchina al Parco degli Acquedotti.
L’inchiesta della Dda di Roma ha portato all’esecuzione di sette misure cautelari in carcere. Gli indagati sono, a vario titolo, gravemente indiziati di omicidio aggravato dal metodo mafioso, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico.
Il ruolo del clan Senese
Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, Michele Senese avrebbe avuto un ruolo di vertice nella decisione di eliminare Piscitelli. Il gip parla di un’azione punitiva finalizzata a riaffermare il potere del clan sul proprio affiliato.
Piscitelli, secondo gli elementi raccolti dagli investigatori, avrebbe infatti sviluppato una posizione autonoma nel traffico di droga insieme a Fabrizio Fabietti, rifiutando di corrispondere al clan la quota sui guadagni. Le somme versate sarebbero state di circa 2.000-3.000 euro al mese, a fronte di ingenti quantitativi di stupefacenti commercializzati.
Il provvedimento cautelare parla di un «accordo criminoso integrato» tra diverse compagini della criminalità romana, con interessi comuni nel mercato del narcotraffico.
La rottura e gli affari con i Caroccia
Nell’ordinanza emerge anche una precedente rottura nei rapporti tra Piscitelli e la famiglia Senese.
Secondo quanto ricostruito dal gip, già nel 2017 erano emerse collaborazioni imprenditoriali nella ristorazione tra uomini riconducibili al clan Senese e Mauro Caroccia. Le intercettazioni dell’indagine «Affari di Famiglia» avrebbero documentato contatti tra Vincenzo Senese, figlio di Michele, e Daniele Caroccia per valutare un possibile rapporto societario.
In una conversazione del 18 marzo 2017, Vincenzo Senese avrebbe dato la propria disponibilità all’operazione, precisando però che nell’investimento non avrebbe dovuto essere coinvolto Piscitelli.
Secondo il gip, proprio l’esclusione di Diabolik da questi rapporti imprenditoriali rappresenterebbe un ulteriore elemento della frattura già esistente tra l’ultras e il clan.
«A Roma la gente con i soldi rimane sulle panchine»
Tra gli elementi citati nell’ordinanza ci sono anche alcune intercettazioni successive all’omicidio.
«Ricordate che a Roma la gente con i soldi rimane sulle panchine», sarebbe stato detto circa un mese dopo l’uccisione di Piscitelli. Secondo il gip, la frase sarebbe stata pronunciata in un contesto nel quale gli interlocutori richiamavano la gravità delle conseguenze legate all’omesso o ridotto pagamento dei guadagni illeciti al clan Senese.
Il giudice cita inoltre una conversazione nella quale Michele Senese avrebbe mostrato «un palese disinteresse per la fine di Piscitelli», nonostante la conoscenza di lunga data tra i due. Per il gip, si tratterebbe di un elemento indicativo della «risalente rottura» tra il defunto e il clan.
La ricostruzione dell’agguato
Tra i destinatari delle misure cautelari figurano, secondo la ricostruzione degli inquirenti, anche Leandro Bennato e Alessandro Capriotti.
Bennato è indicato come presunto mandante e organizzatore dell’omicidio. Avrebbe pianificato la logistica dell’agguato e fornito supporto al presunto esecutore materiale.
Capriotti è invece indicato come presunto «gancio» e mandante. Secondo l’accusa, avrebbe fissato a Piscitelli un appuntamento al Parco degli Acquedotti per il 7 agosto 2019, attirandolo nel luogo dove si sarebbe trovato il sicario.
La ricostruzione investigativa sostiene dunque che l’omicidio sarebbe maturato all’interno di un più ampio conflitto tra gruppi criminali attivi nel traffico di droga nella Capitale.
Sette arresti e nuove indagini
L’operazione è stata condotta congiuntamente dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e dalla Squadra Mobile di Roma, su delega della Dda.
Il gip ha motivato le misure cautelari anche con la ritenuta pericolosità degli indagati e con i loro presunti collegamenti con ambienti criminali internazionali, citando tra gli altri Spagna e Albania.
Nel frattempo, la Commissione parlamentare Antimafia ha chiesto alla Procura di Roma gli atti dell’inchiesta che ha portato agli arresti.
Le contestazioni contenute nell’ordinanza riguardano gravi indizi di colpevolezza e dovranno essere sottoposte ai successivi passaggi del procedimento. Gli indagati restano quindi da considerare tali fino a eventuale sentenza definitiva.
Sostieni La Spunta