Il valore delle diossine presenti nell’aria a San Giorgio a Liri e dintorni è pari a 0,75 pico grammi per m³, un valore superiore di due volte e mezzo a quello tipico delle aree urbane indicato dall’OMS e compatibile con la presenza di una fonte emissiva localizzata.
Lo dice l’Arpa Lazio al termine dei primi rilevamenti a seguito dell’incendio durato due giorni che ha distrutto la Remat di San Giorgio a Liri.
Per quanto riguarda i PCB (policlorobifenili), è stata misurata una concentrazione di 108 pg/m³. Arpa ricorda che per questa sostanza non esistono limiti normativi in aria ambiente e che i valori possono variare sensibilmente a seconda del contesto.
Lunedì scorso in comune a San Giorgio a Liri si è tenuto un incontro con i cittadini, voluto dalla commissario prefettizio Agnese Scala, per fare il punto della situazione.
L’ARPA Lazio fa sapere che i risultati delle analisi saranno trasmessi tempestivamente alle autorità sanitarie e successivamente pubblicati sui propri canali istituzionali, per garantire trasparenza e informare la popolazione sull’evoluzione della situazione ambientale.

Ma Arpa Lazio non specifica cosa succede all’uomo e agli animali quando la concentrazione di diossina supera di due volte e mezzo i valori massimi previsti dalla normativa di legge.
Se le diossine nell’aria superano i limiti di sicurezza, il rischio maggiore non è l’inalazione diretta, ma la ricaduta sul suolo e l’accumulo lungo la catena alimentare. Per l’uomo, oltre il (95%) dell’esposizione avviene tramite l’ingestione di cibi contaminati (in particolare carne, latte, formaggi e uova)
Cosa succede a livello ambientale e sanitario
- Deposizione e accumulo: Le diossine si legano alle particelle sottili, si depositano sui pascoli e sui foraggi. Gli animali se ne nutrono e accumulano le tossine nei loro grassi.
- Rischi per la salute: L’esposizione prolungata e ad accumulo può danneggiare il sistema immunitario, il sistema nervoso, quello endocrino e la capacità riproduttiva. Le diossine sono inoltre classificate come sostanze cancerogene per l’uomo.
Cosa prevedono le autorità
Quando nell’aria si registrano picchi di diossine (come in seguito a un incendio o a emissioni industriali), gli enti di controllo attivano protocolli standard per tutelare la salute pubblica:
Monitoraggio dei cibi: Vengono effettuati campionamenti rapidi su latte e prodotti agricoli nelle zone circostanti per verificare se rientrano nei limiti di legge
Ordinanze di salvaguardia: I sindaci firmano ordinanze a tutela della salute pubblica che vietano temporaneamente il consumo o la vendita di alimenti prodotti nella “zona di ricaduta” (spesso entro un raggio di \(1-3\) km dal focolaio).
Misure comportamentali: Alla popolazione viene solitamente raccomandato di lavare accuratamente frutta e verdura, di consumare carni magre e di limitare il consumo di prodotti di origine animale non controllati provenienti dall’area interessata.
Ed il comune di Esperia proprio ieri pomeriggio ha emanato una Ordinanza Sindacale al riguardo. Nell’ordinanza il Sindaco Giuseppe Villani ha ordinato ai cittadini di:
Chiudere e mantenere chiuse porte, finestre e ogni altra apertura delle abitazioni, degli uffici e dei luoghi di lavoro o di ritrovo nel raggio di 1 km dal sito interessato dall’incendio;
Divieto di uso dell’acqua da pozzi privati presenti nel raggio di 1 km dal sito interessato dall’incendio; Divieto di utilizzo di prodotti ortofrutticoli coltivati nel raggio di 1 km dal sito interessato dall’incendio;
Disattivare, ove possibile, gli impianti di condizionamento, di aerazione e di ventilazione meccanica che prevedono l’immissione o il prelievo di aria dall’esterno nel raggio di 1 km dal sito interessato dall’incendio;
Limitare le uscite e lo stazionamento all’aperto ai soli casi di assoluta, comprovata e inderogabile necessità nel raggio di 1 km dal sito interessato dall’incendio;
Sospendere ogni attività lavorativa, sportiva, ludica e ricreativa all’aperto nel raggio di 1 km dal sito interessato dall’incendio;
Mantenere, per quanto possibile, gli animali da affezione e da cortile all’interno di locali chiusi, provvedendo altresì a proteggere le loro scorte di cibo e acqua da eventuali ricadute di ceneri o fumi nel raggio di 1 km dal sito interessato dall’incendio.
Insomma il rogo della Remat Lazio rappresenta un vero e proprio disastro ambientale, in una provincia fortemente martoriata dai fenomeni di inquinamento.

L’inquinamento e la Ciociaria, pattumiera del Lazio
Su tutti l’inquinamento della Valle del Sacco una delle aree più grandi sottoposte a SIC la cui bonifica non è mai finita.
Poi ci sono le discariche, quelle attive e quelle dismesse, come quella di via le lame a Frosinone, il Nocione di Cassino la cui situazione desta preoccupazione ai cittadini che convivono con questo problema, a cui si è aggiunta da qualche settimana la vicenda incredibile della villa comunale, all’interno della quale sono stati sotterrati rifiuti di ogni genere, tanto da essere sequestrata dalla Procura.
E ancora la discarica di Roccasecca sulla quale si vorrebbe procedere alla costruzione del quinto bacino, il termovalorizzatore di San Vittore, l’impianto della SAF a Colfelice e la Remat di San Giorgio a Liri, o dovremmo dire ex Remat.
Insomma una provincia che da decenni raccoglie il pattume di buona parte della Regione.
Il disastro REMAT Lazio e il silenzio della politica e delle istituzioni
Pur comprendendo la cautela, desta non poche perplessità il silenzio, assordante, delle istituzioni e della politica.
A cominciare dalla Provincia di Frosinone, il cui presidente Luca Di Stefano è più preso a fare passerelle in FIGC per il Sora calcio, che preoccuparsi per la salute pubblica dei cittadini della sua provincia.
Il presidente della Provincia non ha neanche minimamente pensato di chiedere un vertice con la Prefettura e i sindaci dei comuni interessati, la Asl e l’Arpa per monitorare la situazione, per capire come sia stato possibile che di domenica pomeriggio l’impianto di stoccaggio dei rifiuti differenziati della Remat sia andato letteralmente a fuoco.
Ma la Provincia a cui compete l’attività di controllo, ha mai esercitato tale prerogativa?
Dove verranno portati adesso i rifiuti?
Si pone, oltre il problema relativo alla salute pubblica, quello del conferimento dei rifiuti dei comuni che scaricavano giornalmente alla Remat. Dove saranno portati questi rifiuti? Chi si prenderà carico di questa situazione? Dove verranno smaltiti i rifiuti di Frosinone, San Vittore, Gaeta e Ventotene, solo per citare alcuni dei comuni che usavano la Remat per lo smaltimento.
Per esempio, all’interno della Remat erano depositate migliaia di bottiglie di vetro, provenienti dalla raccolta di Gaeta e che non potevano essere lavorate e che sono andate distrutte, come le eco balle, come la plastica, la cellulosa e il metallo.
L’AIA regionale e i lavori di ristrutturazione ed adeguamento
La Remat aveva chiesto ed ottenuto lo scorso 16 settembre 2025 una ulteriore AIA dalla Regione, a seguito della presentazione di un progetto di ristrutturazione del sito con la dismissione di alcuni impianti e l’installazione di nuovi macchinari, l’ampliamento dell’area di impianto, di nuove tettoie e nastri, l’aumento dell’area di stoccaggio.
Questi lavori erano stati fatti? Tutte le misure di prevenzione incendio erano predisposte? Esiste un direttore generale della Remat? Cosa ha da dire l’amministratore della Remat riguardo al disastro del territorio prodotto con l’incendio?
La Remat era assicurata? Chi pagherà i danni prodotti agli agricoltori e ai cittadini?
Anche qui interrogativi e dubbi che restano e sui quali dovrà fare chiarezza la magistratura chiamata a fare luce piena su questa vicenda.
Per questo il silenzio della politica è assordante. Sarà perché gli incarichi sono distribuiti bypartisan a non consentire di esprimere un parere su quanto accaduto e cercare di avere rassicurazioni?
La bonifica da fare urgentemente
Superata la fase di emergenza, che durerà ancora diversi giorni, bisognerà spingere affinchè venga effettuata, immediatamente la bonifica, prima che la Remat venga posta in liquidazione come società, che è lo scenario più plausibile.
Una società pubblica messa in liquidazione, senza che venga fatta la bonifica, equivale a lasciare tutto così com’è per i prossimi decenni. Per questo è necessario un tavolo tecnico, l’intervento della Regione e la partecipazione attiva dei sindaci, comitati e associazioni che possano dare il loro contributo fattivo.
In un territorio già ricco di problemi, occupazionali ed ambientali, l’incendio della Remat era l’ultima cosa che potesse capitare ai cittadini.
Un incendio che riapre la discussione sulla tenuta ambientale del territorio e sul quale bisognerà accertare tutte le responsabilità, affinchè, questa volta, non sia sempre Pantalone a pagare.








