Quale futuro per il Consorzio industriale unico del Lazio? È la domanda al centro del dibattito sulla proposta di legge regionale n.262 del 18 marzo 2026, che punta a ridefinire ruolo e funzioni dell’ente.
Secondo Lorenzo Fiorini (Psi), la risposta è netta: “Cambia la forma, non la sostanza”. Una riforma che, nelle intenzioni, dovrebbe rilanciare lo sviluppo industriale del territorio, ma che secondo il dirigente politico rischia di lasciare invariati limiti e criticità strutturali.

“Un ente lontano dal territorio”
Nel testo della proposta, spiega Fiorini, si delineerebbe un consorzio ancora distante dalle esigenze reali del territorio, appesantito da competenze considerate “secondarie e anacronistiche”.
Una trasformazione più formale che sostanziale, definita provocatoriamente come il passaggio da “poltronificio della prima repubblica” a “poltronificio hi-tech della seconda”.
Le origini nel dopoguerra
Per comprendere il nodo della questione, Fiorini richiama le radici storiche dell’istituto consortile, nato nel secondo dopoguerra con l’obiettivo di ricostruire il tessuto economico del Paese.
In quel contesto, strumenti come la Cassa del Mezzogiorno hanno favorito lo sviluppo industriale del basso Lazio, rendendolo una delle aree produttive più rilevanti a livello nazionale.
Secondo questa lettura, però, la fine ufficiale di quel modello risalirebbe al 1984, con la soppressione della Cassa, segnando di fatto il superamento dell’istituto consortile.
“Un modello superato”
Da allora, sostiene Fiorini, il consorzio sarebbe stato mantenuto in vita per finalità diverse, senza riuscire a promuovere progetti territoriali realmente innovativi e multidimensionali.
“La sua sopravvivenza rappresenta un meccanismo costoso e inefficace”, afferma, parlando di un sistema che rischia di alimentare logiche politiche autoreferenziali piuttosto che sviluppo concreto.
Il nodo della governance regionale
Nel mirino anche il ruolo della Regione, definita come un ente che fatica a ridurre il divario socio-economico rispetto ad altre realtà europee.
Il Consorzio industriale unico, in quanto emanazione regionale, risentirebbe di queste criticità, operando spesso in sovrapposizione con altri soggetti istituzionali e agenzie nazionali come Invitalia.
Critiche alla gestione operativa
Fiorini evidenzia inoltre come, nella pratica, l’attività del consorzio si concentri prevalentemente su interventi di viabilità, piuttosto che su politiche industriali strategiche.
Un esempio citato è la gestione delle aree industriali, come quella frusinate, descritta come poco valorizzata e segnata da criticità evidenti, anche sul piano del decoro e dell’attrattività per eventuali investitori.
Il confronto internazionale
Nel suo intervento, il rappresentante del Psi invita a guardare a modelli esteri più avanzati.
Dalla Germania al Giappone, dove – sottolinea – l’attività consortile si basa su una forte integrazione tra pubblico e privato, con il coinvolgimento diretto di università, centri di ricerca e grandi imprese.
Un riferimento particolare viene fatto al sistema dei “Keiretsu” giapponesi, capaci di sostenere competitività e innovazione nei settori ad alta tecnologia.
“Serve un cambio di visione”
La conclusione è una critica netta all’impostazione della riforma del Consorzio Industriale del Lazio: senza un cambio di paradigma, il rischio è quello di continuare a guardare al futuro con strumenti del passato.
“Continuare a vedere il futuro con una visione miope non permette di cogliere le opportunità reali di sviluppo”, conclude Fiorini, rilanciando la necessità di un modello industriale più moderno, integrato e competitivo.







