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Cisterna di Latina

Sigfrido Ranucci alla Volpi di Cisterna: “L’IA rischia di aumentare la deficienza naturale”

Di Gabriele Silardi • • • Prima pagina

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Nell’Auditorium “Damiano Malvi” della Scuola secondaria “Alfonso Volpi”, Sigfrido Ranucci ha presentato il suo libro “Navigare senza paura” a docenti, genitori e alunni dell’IC “Dante Monda-Alfonso Volpi”, con il patrocinio del Comune di Cisterna di Latina. L’evento è stato aperto dagli interventi e dai saluti della Dirigente Scolastica Nunzia Malizia e del Sindaco Valentino Mantini. A moderare la serata Adolfo Gente, che ha guidato il dibattito con competenza e attenzione. L’incontro, che si è svolto ieri 11 maggio, ha concluso il progetto sull’Educazione alla legalità che, tra febbraio e marzo 2026, aveva visto gli studenti della primaria e della secondaria confrontarsi con Polizia ferroviaria, Polizia postale e Carabinieri sui temi del bullismo e del cyberbullismo. Ma cosa ha spinto il direttore di Report a scrivere questo libro?

Per Sigfrido Ranucci, l’esigenza di scrivere “Navigare senza paura” nasce dalla consapevolezza di vivere un momento storico inedito, segnato da uno squilibrio tra competenze digitali e capacità critica. I giovani padroneggiano gli strumenti tecnologici, ma spesso non riconoscono i rischi legati a manipolazione, propaganda e disinformazione.

Il cuore della sua riflessione riguarda il rapporto tra social network e informazione. Secondo Ranucci, molte persone hanno trasformato i social nella principale fonte di verità, dimenticando che quelle piattaforme non nascono per informare ma per catturare attenzione. Per spiegare questo meccanismo usa una delle immagini più forti del suo intervento:

«È come se noi interloquissimo ogni giorno con un bibliotecario ubriaco.»

Con questa metafora descrive algoritmi che non premiano la verità, ma la “cliccabilità”: contenuti emotivi, divisivi o scandalistici ottengono più visibilità rispetto a informazioni verificate.

Per rendere concreto il problema, racconta l’episodio di un servizio del TG Leonardo fatto nel 2015 e tornato virale durante la pandemia. Quel filmato, registrato anni prima e dedicato a esperimenti sui coronavirus in Cina, venne rilanciato fuori contesto e interpretato da milioni di persone come prova dell’origine artificiale del Covid-19. Ranucci racconta che tutto partì anche dalla condivisione ingenua di una donna anziana che aveva ritrovato vecchi appunti presi guardando quel servizio. Per lui quell’episodio dimostra quanto facilmente una notizia possa trasformarsi in disinformazione globale.

Secondo il giornalista, il problema non riguarda soltanto le fake news, ma soprattutto la velocità con cui si diffondono. I social, sostiene, funzionano alimentando conflitto e polarizzazione:

«I social servono a far litigare gente che non si conosce.»

Da qui nasce la sua critica al modello economico delle piattaforme digitali, basato sull’attenzione continua, sulla rabbia e sulla raccolta dei dati personali. Per anni, dice, gli utenti hanno creduto di utilizzare strumenti gratuiti, senza accorgersi di essere diventati essi stessi il prodotto attraverso passioni, abitudini e fragilità consegnate alle piattaforme.

Nel suo intervento affronta anche il rapporto tra Europa e Big Tech. Secondo Ranucci, le grandi aziende tecnologiche considerano l’Europa un ostacolo perché ha imposto limiti sull’uso dei dati personali. Tuttavia l’Europa, pur avendo introdotto regole sulla privacy, non ha costruito una vera autonomia tecnologica. Per questo insiste sulla necessità di sviluppare piattaforme europee o italiane per la gestione dei social e dei dati.

Un altro tema centrale riguarda l’intelligenza artificiale. Ranucci mette in guardia dall’idea di considerarla infallibile e torna ancora sulla metafora del “bibliotecario ubriaco” per spiegare che l’AI produce risposte basate su probabilità statistiche e grandi quantità di dati, non su una reale comprensione della verità.

Per chiarire il rischio racconta il caso di un avvocato che avrebbe utilizzato in tribunale sentenze suggerite da un sistema di intelligenza artificiale, salvo poi scoprire che quelle sentenze non esistevano. Da qui la sua riflessione sulle cosiddette “allucinazioni” dell’AI e sul pericolo di affidarsi ciecamente a strumenti capaci di formulare informazioni false in modo credibile.

Secondo Ranucci, sarebbe più corretto definire l’intelligenza artificiale:

«Statistica aumentata»

Per lui questi sistemi elaborano enormi quantità di dati e casi precedenti, proponendo soluzioni costruite sull’esperienza accumulata, senza possedere reale capacità critica o morale.

Accanto ai rischi, però, riconosce anche le potenzialità positive dell’AI: prevenzione degli incidenti sul lavoro, diagnosi mediche più rapide, ottimizzazione dei tempi e riduzione delle liste d’attesa. Il problema nasce quando la tecnologia sostituisce progressivamente memoria, studio, orientamento e spirito critico.

Per spiegare questo concetto racconta un episodio personale legato agli anni universitari, quando lavorava facendo consegne in città. All’epoca studiava mappe e strade prima di uscire, imparando davvero a orientarsi. Oggi, osserva, il navigatore guida ogni spostamento, ma basta un errore del sistema per generare smarrimento e dipendenza tecnologica. Da qui una delle sue riflessioni più nette:

«Non vorrei che con l’ampliamento dell’intelligenza artificiale si ampliasse anche la deficienza naturale.»

Per Ranucci il rischio più grande consiste nel delegare alle macchine capacità profondamente umane: memoria, ragionamento, scrittura e selezione delle informazioni. Per questo critica l’uso superficiale dell’AI nella scuola e nella produzione di contenuti, convinto che possa indebolire il merito e la costruzione autonoma della conoscenza.

Nel libro propone quindi un approccio educativo diverso: insegnare ai ragazzi non soltanto a usare l’intelligenza artificiale, ma anche a comprenderne limiti, funzionamento e implicazioni etiche. Cita l’esempio di una scuola di Bergamo che ha avviato percorsi dedicati a spiegare agli studenti come “istruire” l’AI senza rinunciare alla costruzione della propria memoria e autonomia intellettuale.

Ranucci affronta infine il tema della dipendenza tecnologica europea dagli Stati Uniti. Secondo lui gran parte delle infrastrutture digitali, dei software e dei sistemi strategici europei dipendono da aziende americane. Per questo considera la tecnologia non solo uno strumento economico, ma anche una questione di sovranità politica.

Al netto delle parti più polemiche del suo discorso, emerge un messaggio preciso: usare tecnologia e intelligenza artificiale senza subirle, mantenendo autonomia critica, consapevolezza e capacità di comprendere il mondo oltre gli algoritmi.

L’intervista: “Si può essere liberi solo se si è consapevoli”

LaSpunta.it, unica testata giornalistica presente, ha potuto interloquire a fine presentazione con Sigfrido Ranucci. Il libro “Navigare senza paura”, è nato per aiutare soprattutto i più giovani a comprendere i rischi nascosti dietro l’apparente libertà della rete.

“Cosa significa oggi navigare in rete senza paura?”

«Significa avere consapevolezza dello strumento, che apparentemente dà una grande libertà. In realtà bisogna conoscerlo perché è un rischio. Informarsi sui social è come parlare con un bibliotecario ubriaco: nessuno ti garantisce che la notizia che stai leggendo sia certa. Il meccanismo che premia una notizia non è la verità, ma la cliccabilità.»

Per il giornalista, i social non rappresentano spazi neutrali: attirano attenzione, amplificano emozioni e trattengono gli utenti online. Da qui l’esigenza di scrivere un libro rivolto ai ragazzi.

“Perché la necessità di un libro per guidare i giovani?”

«Ho avuto la sensazione che ci trovassimo davanti a uno strumento usato senza consapevolezza, considerato come una sorta di zona franca. Invece bisogna capire che quello che è vietato fuori dal web è vietato anche nel web.»

Nel suo ragionamento torna spesso il tema della dignità personale, uno dei valori che considera più fragili nell’epoca digitale:

«Ho tenuto a sottolineare l’importanza della dignità, che emerge dopo gli orrori del nazifascismo e che oggi viene troppo spesso messa da parte. Si condividono immagini intime, video di compagni in difficoltà, senza rendersi conto che si consegna tutto a un frullatore eterno.»

E aggiunge:

«Prima di pubblicare un’immagine solo per accumulare like, bisogna fermarsi a pensare. Quell’immagine può rovinare la vita di una persona per sempre.»

Per Ranucci, la libertà nasce dalla conoscenza.“Ad oggi come possiamo essere liberi?”

«Si può essere liberi solamente se si è consapevoli e informati dei rischi che si corrono.»

Ranucci è comunque un giornalista ritenuto “scomodo” che spesso è stato oggetto di attacchi, ricevuti nel corso degli anni, così come il clima attorno al giornalismo d’inchiesta è stato spesso oggetto di deligittimazione, proprio dagli stessi giornalisti.“Cosa pensa dei colleghi giornalisti che attaccano lei e Report?”

«Ci sono cose più importanti che occuparsi di Sigfrido Ranucci»

Afferma con naturalezza, mentre si fa più intimo il passaggio dedicato all’attentato subito e alle conseguenze sulla sua vita privata.“Dopo l’attentato come è cambiata la sua vita quotidiana?”

«È cambiata con una maggiore percezione di aver messo in difficoltà le persone a cui tengo, le persone care, per un mio desiderio di contribuire comunque a lasciare alle future generazioni un mondo migliore.»

Infine affronta il tema delle piattaforme social e della manipolazione dell’informazione, citando realtà come Welcome to Favelas ed Esperia.“Quali strumenti ha oggi un ragazzo o una ragazza per non farsi controllare?”

«Intanto capire che difficilmente ci si trova davanti a qualcuno che è realmente indipendente. L’indipendenza si misura sulla capacità di un giornalista di fare inchieste a 360 gradi, da chi governa in giù.»

E conclude con quello che definisce un vero e proprio avvertimento:

«Quando vedi che certi messaggi vanno sempre e solo in una direzione, allora non c’è indipendenza. C’è sempre qualcuno dietro che ti manovra, oppure qualcuno a cui fa comodo essere manovrato.»

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