L’idea di pubblicare Lo Specchio della Dea è nata in modo molto naturale, dopo l’esperienza del libro Il lago e le sue storie dedicato al Lago Albano. Quel progetto collettivo mi ha fatto capire due cose: primo, che esiste un interesse vivo e sincero da parte delle persone per i luoghi in cui vivono; secondo, che la sensibilizzazione ambientale è più efficace quando si intreccia con il racconto, con la memoria, con le storie individuali.
È stato un viaggio bellissimo, soprattutto perché le persone hanno iniziato a informarsi, a fare domande, a prendersi a cuore il destino di quel lago che ogni giorno vede, ma che forse non aveva mai davvero guardato.
E allora mi sono detto: perché non fare la stessa cosa con il lago di Nemi?
Perché non far conoscere la sua storia, il suo valore, la sua unicità? A questo punto è intervenuto il sindaco Bertucci che ha accolto in maniera entusiastica l’idea di pubblicare un libro sul lago di Nemi, mettendosi a mia disposizione, e insieme siamo riusciti a pubblicare Lo Specchio della Dea.

Il lago di Nemi, da questo punto di vista, rappresentava un terreno ricchissimo ma anche più fragile. È un luogo che non gode della stessa esposizione mediatica e turistica del Lago Albano e che, proprio per questo, rischia una sorta di “invisibilità”. Inoltre la sua situazione idrogeologica è perfino più drammatica: ha perso metà del suo volume e potrebbe addirittura scomparire in pochi decenni.
Scrivere questo libro è stato quindi un modo per unire tre filoni: divulgazione ambientale, ricostruzione culturale e salvaguardia di un patrimonio che appartiene a tutti noi.
Ho voluto fare un viaggio. Un viaggio tra storie, leggende, ricordi, misteri e testimonianze, per costruire un quadro che fosse allo stesso tempo divulgativo e affettivo. Un modo per dire: guardate cosa abbiamo qui, a pochi chilometri da casa, e quanto è unico questo luogo dell’anima.
Perché il lago di Nemi non è solo un ecosistema in sofferenza: è un luogo simbolico, un vero e proprio “spazio sacro” nella storia del mondo antico. Il suo fascino nasce proprio dal connubio tra natura e cultura. Raccontare questa dimensione vuole ricordarci che il lago non è un semplice bacino d’acqua: è un archivio vivente della nostra storia culturale. Se si prosciuga, non perdiamo solo un paesaggio: perdiamo un pezzo di identità collettiva.

Un piccolo lago formatosi all’interno di un cratere del Vulcano Laziale, che, nel Neolitico presenta ancora fenomeni tipici legati alla presenza di attività vulcanica residua, con acque particolarmente calde ed emissioni di gas: un luogo “diverso” che facilita la connessione con l’elemento divino. E questa “selva oscura” diventa il Bosco Sacro dedicato a Diana Nemorense: uno dei luoghi di culto più importanti del mondo romano, meta per secoli di pellegrinaggi.
Come dimenticare poi il rito del Rex Nemorensis: un rituale primordiale, arcaico, che parla di potere, sacrificio, morte e rinascita. È così potente da essere diventato un paradigma antropologico grazie all’interpretazione di Frazer nel Ramo d’Oro. E pensare che questo archetipo mondiale abbia le sue radici proprio qui, sulle rive di un piccolo lago dei Castelli Romani, fa capire molto del valore culturale di questo luogo.

Un’altra delle grandi meraviglie di Nemi è l’emissario, considerata l’opera di ingegneria idraulica più importante dell’antichità, ma se devo scegliere un enigma specifico, quello delle navi di Caligola mi ha davvero stregato.
A queste navi sono legati una serie di misteri che vanno dal loro affondamento ai giorni d’oggi. Perché erano lì? Che funzioni avevano? C’era una terza nave? Chi ha provocato l’incendio del museo?
Navi eccezionali, non solo per il loro straordinario valore ingegneristico — pavimenti in marmo, mosaici, impianti idraulici, scenografie mobili — ma anche per tutto ciò che è accaduto dopo: la loro incredibile scoperta, il recupero nel 1928 e, soprattutto, il tragico incendio del 1944, che ancora oggi è al centro di discussioni e revisioni storiche.
Insomma, il lago di Nemi è un concentrato di storie che non smettono mai di generare domande.
Accanto a questi grandi eventi storici, ho voluto raccontare lago “vissuto” da chi ci lavora: agricoltori, pescatori, fragolai, fioricoltori. E questa memoria agricola, questa cura quotidiana, è parte integrante della sua identità.

Senza le memorie orali questo libro sarebbe stato molto diverso. Perché la storia ufficiale è fondamentale, ma racconta solo una parte della verità. I ricordi dei contadini, dei pescatori, delle famiglie che hanno vissuto da generazioni sulle sponde del lago offrono un punto di vista unico.
Sono loro che ricordano come erano coltivati i terrazzamenti, come venivano utilizzate le acque delle sorgenti, quali ritualità quotidiane accompagnavano la vita sul lago. Queste testimonianze sono piccoli frammenti di un passato che rischia di dissolversi. Dar loro spazio è stato un modo per salvaguardarle.
Quando ho finito di scrivere Lo Specchio della Dea mi sono reso conto che non è solo un libro sul lago di Nemi, ma è una dichiarazione d’amore per questo vero e proprio luogo dell’anima. È il desiderio di restituire dignità a un luogo che ha tanto da raccontare e che merita di essere conosciuto, esplorato, rispettato.
Spero che il lettore provi due sensazioni: meraviglia e responsabilità.
La meraviglia è quella che si prova entrando in contatto con una storia millenaria, fatta di miti, leggende, ingegneria antica e vicende incredibili come quella delle navi di Caligola.
La responsabilità è quella che nasce quando capiamo che questo patrimonio è fragile e che la sua sopravvivenza dipende anche da noi.
Se, dopo aver letto il libro, anche una sola persona guarderà quel lago con occhi nuovi — non solo come un paesaggio, ma come un “bene comune” da proteggere — allora avrò raggiunto il mio obiettivo.


