Le grandi città hanno grandi monumenti, i piccoli borghi hanno grandi tradizioni.
Oggi parliamo di Villa Santo Stefano, casa di millecinquecento anime; terra di uno dei più antichi costumi della Ciociaria: la Panarda.
Una tradizione plurisecolare
Ci sono momenti che racchiudono secoli di storia. Attimi dalla potenza evocativa impressionante. Visi antichi che riemergono nei volti dei bambini. Mani che consegnano pesantissime eredità.
Istanti in cui il passato si tocca con il presente; e il tempo, come per un cortocircuito, si ferma.
È la notte tra il 15 e il 16 agosto e in piazza Umberto I è il silenzio.
Tutto è pronto. Le callare stanno per essere accese. Il rito è incominciato.

È dal 1643 che, in occasione della festa del santo compatrono, San Rocco, a Villa Santo Stefano si celebra la Panarda. Tutto ha inizio i primi d’agosto, quando gli uomini girano per il paese affinché la cittadinanza consegni loro la legna, mentre le donne, con le loro sapienti mani, selezionano e puliscono sette quintali di ceci.
Questi vengono cotti nelle callare (grandi caldare in rame), subito dopo la processione serale del Santo. I camerieri e i panardari, in abiti tradizionali, sorvegliano la cottura per tutta la notte e a metà preparazione si occupano del condimento: oltre cento litri di olio di oliva, sale, pepe e rosmarino.

San Rocco esce due volte: la prima volta – la sera di ferragosto – lascia la sua casa abituale, la chiesa di San Sebastiano, viene portato a spalla dagli incollatori per la parte alta del paese e poi viene lasciato presso la chiesa principale, Santa Maria Assunta; la seconda volta viene fatto girare per il centro storico, in un’atmosfera estremamente suggestiva, tra vicoli, archi e il profumo dei fiori.
La mattina del 16 agosto, dopo la processione mattutina – mentre i turisti sono in fila per avere i coppini dovuti (mestoli) – i panardari ricevono i ceci dai Maestri, dinanzi al sagrato della chiesa, e corrono per le vie del paese per consegnare la Panarda casa per casa, come da tradizione.
L’uscita della statua
Sette giorni di festeggiamenti precedono la sera dell’Assunta. Sagre, gare culinarie, percorsi enogastronomici, eventi musicali. Tutto è indirizzato a consacrare un momento soltanto: l’uscita della statua.
Sono le 21 del 15 di agosto. Le luci del paese sono spente. Una folla sterminata tace riunita dinanzi il portone della chiesa di San Sebastiano. L’attesa pesa come un macigno.
Le ante si aprono, piano. Si sentono i rintocchi della campana: precisi, scanditi.
Un vocio frenetico si alza da terra. Alcuni piangono, altri pregano. Nessuno osa distrarsi: per i santostefanesi, questo è il momento più importante dell’anno.
Per un attimo, tra la folla, ognuno vede chi non c’è più e che ha tanto amato. Chi è nell’attesa ritorna bambino, con la mano nella mano del proprio nonno, del proprio genitore, del proprio fratello.
Ancora le campane. Scandite, precise. La porta è adesso spalancata. Ecco la croce. Eccolo, San Rocco.
Un rombo riempie il cielo. Sembra giorno: cascate di fuochi d’artificio inondano il palazzo comunale. In alto, uno spettacolo pirotecnico illumina un fiume di gente. La statua fissa tutti nel profondo. La leggenda narra che ogni anno cambi in volto.
La banda del paese intona l’inno al santo e la tensione si scioglie. Niente più silenzio, ma un unico, indistinto, enorme suono di gioia. Evviva San Rocco!

Le dichiarazioni del sindaco Paolo Petrilli
Credo che in questi giorni, ogni santostefanese rivolga inevitabilmente un pensiero a chi non c’è più: ai propri genitori, ai nonni, alle persone care che ci hanno trasmesso l’amore per questa festa e che, prima di noi, hanno vissuto gli stessi giorni, gli stessi luoghi e gli stessi riti.
Per questo dico spesso che noi santostefanesi misuriamo l’anno con San Rocco e con il Ferragosto: per noi l’anno non inizia e finisce il 31 dicembre, ma a Ferragosto. È il momento che aspettiamo, quello attorno al quale scandiamo i ricordi: “la Panarda dell’anno scorso”, “il prossimo Ferragosto”, “quando torneremo a San Rocco”. È come un calendario del cuore.
E forse è proprio questa la forza della Panarda: riuscire, dopo secoli, a far ritrovare una comunità intorno agli stessi gesti e alle stesse emozioni. I fuochi accesi, le callare nelle quali i ceci cuociono per tutta la notte, i Panardari, le famiglie che tornano in paese: tutto contribuisce a creare un legame tra chi c’era prima di noi, chi vive questa tradizione oggi e i giovani ai quali abbiamo il dovere di tramandarla.
Come Sindaco, ma prima ancora come santostefanese, credo che tutelare la Panarda significhi custodire una parte di noi stessi. Perché dentro questa tradizione ci sono la nostra storia, i nostri affetti, i nostri ricordi e quel senso di appartenenza che, ogni Ferragosto, torna a farci sentire profondamente parte della stessa comunità.







