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Home » Editoriali » Il diritto di essere rispettati

Il diritto di essere rispettati

RedazioneRedazione17/11/2025 ore 13:195 Mins Read Editoriali
Valentina Tartaglia

Ospitiamo una riflessione di Valentina Tartaglia, influencer delle disabilità invisibili, disability blogger, Ambassador Stomia e Presidente dell’Associazione Sunflower Project MICI e Stomia ETS, sul diritto di essere rispettati alla luce del racconto di una influencer che ha pubblicamente ammesso di aver usato il pass per disabili in modo improprio per saltare le file nei parchi divertimento.

Un comportamento che si commenta da solo, assolutamente censurabile e che ha dato modo a Valentina Tartaglia di scrivere una lettera aperta che riportiamo di seguito.

“In questi giorni abbiamo assistito a un episodio che racconta, purtroppo, molto del nostro tempo.
Un’influencer, di cui non faremo il nome, perché noi invalidi  sappiamo ancora cosa significhino rispetto, dignità e tutela della privacy, ha dichiarato pubblicamente di aver utilizzato un pass per disabili in modo improprio, per saltare le file nei parchi divertimento.
Un atto che qualcuno ha definito una “leggerezza”, una “ragazzata”.
Io invece credo che sia il riflesso di qualcosa di più profondo: una carenza di cultura civica, di educazione alla disabilità e di rispetto per i diritti sociali delle persone fragili.

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Forse non tutti sanno cosa c’è dietro a quel piccolo cartellino che permette a una persona con disabilità di accedere a un luogo pubblico in condizioni di parità.
Non è un privilegio.
Non è un vantaggio.

È un presidio di equità, riconosciuto dalle normative nazionali e internazionali, che affonda le proprie radici nella Costituzione Italiana (artt. 2, 3 e 38), nella Legge 104/1992, nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata in Italia con la Legge 18/2009) e nel principio di accessibilità universale previsto dal Piano Nazionale per la Non Autosufficienza e dal Piano Sociale di Zona.
Quel documento, spesso guardato con diffidenza, non è un lasciapassare: è una misura di welfare di prossimità, che mira a garantire pari opportunità di partecipazione alla vita sociale.

Dietro a quel tagliandino c’è un percorso lungo e complesso:
ci sono visite specialistiche, perizie mediche, certificazioni INPS, verbali delle Commissioni ASL, verifiche multidisciplinari e mesi di attesa.
C’è un iter che, per molti, significa rivivere la propria fragilità davanti a un sistema che spesso chiede di “dimostrare il dolore” per poter accedere a un diritto.

Quel pass serve a chi convive con malattie croniche, disabilità motorie, deficit cognitivi o sensoriali, patologie rare o disabilità invisibili. Serve a prevenire rischi sanitari, come crisi improvvise.
Serve a ridurre l’esposizione a situazioni di stress fisico e ambientale, incompatibili con determinate condizioni cliniche.
Serve a consentire una gestione dignitosa dell’emergenza, nei tempi e nei modi che la salute impone.
Serve, in sostanza, a vivere la quotidianità con un minimo di autonomia e serenità.

Per questo motivo, utilizzare o falsificare un documento del genere rappresenta non solo un comportamento scorretto, ma un atto eticamente riprovevole e socialmente lesivo.
È una violazione del principio di uguaglianza sostanziale, che mina la fiducia nei confronti di chi quel documento lo possiede per necessità, non per convenienza.
È un’offesa a chi, ogni giorno, lotta contro la diffidenza e lo stigma, e si vede costretto a giustificare la propria condizione perché qualcuno, altrove, ha deciso di “fare il furbo”.

Nel suo racconto, l’influencer ha citato “i bambini Down”.
Un’affermazione che rivela quanto poco conosciuto sia il mondo della disabilità nella sua complessità.
Perché la disabilità non è un volto unico, non è una categoria chiusa: è un sistema vasto, che include disabilità fisiche, cognitive, sensoriali, psichiche e patologie invisibili , come le malattie infiammatorie croniche intestinali, il diabete, la fibromialgia, le neuropatie, le malattie rare, le sindromi dolorose croniche, la lista è lunga.

Un universo in cui la sofferenza si intreccia con la resilienza, e dove quel “pass” diventa non un privilegio, ma un ponte verso la normalità. Sì, la giovane età non ha aiutato.
Sì, forse è stata una “goliardata da ragazzi”.
Ma lasciatemelo dire con chiarezza: il mondo si è stancato delle goliardate.
Soprattutto quando a compierle sono persone che hanno scelto di essere figure pubbliche, consapevoli di influenzare il pensiero e i comportamenti di migliaia di giovani.

Chi decide di mettersi davanti a uno schermo, di creare contenuti, di rappresentare sé stesso come marchio, diventa a tutti gli effetti un imprenditore di immagine, e quindi un soggetto di responsabilità sociale.
Un influencer non è un semplice intrattenitore: è un veicolo di linguaggio, cultura e valori.
E in un’epoca in cui i social sono il primo strumento di educazione informale, chi li usa deve farlo con coscienza civica.

Non basta saper vendere un prodotto: bisogna saper trasmettere un’etica, una consapevolezza, una visione.

E allora sì, possiamo accettare le scuse.
Ma non possiamo più accettare la superficialità.
Non possiamo più accettare il silenzio.
Non possiamo più accettare che chi scherza sulla disabilità venga perdonato in nome della giovinezza o dell’ingenuità.

Perché per chi vive ogni giorno quella realtà, non c’è nulla di ingenuo, né di divertente. Noi persone con disabilità, noi che conviviamo con corpi fragili ma animi forti,
ci siamo stancati di essere ridotti a simboli di pietà o, peggio, a strumenti di satira.
Ci siamo stancati di vedere i nostri diritti sviliti da chi li scambia per un privilegio.
Ci siamo stancati di sentir parlare di inclusione solo quando fa notizia.
E ci siamo stancati di chi chiama “ragazzata” ciò che è, a tutti gli effetti, una violazione della dignità umana e del patto sociale.

La disabilità non è un pass.
È una condizione di vita, tutelata dalla legge e dal principio di uguaglianza sostanziale previsto dalla Costituzione.
È una parte integrante della società, non un’eccezione da gestire.
E fino a quando ci sarà qualcuno pronto a ridere o a trarre vantaggio dalla fragilità altrui,
ci sarà qualcun altro, come noi, pronto a parlare, a denunciare e a educare.
Perché la vera inclusione non si costruisce con le scuse, ma con la consapevolezza collettiva.
E la consapevolezza nasce da qui:

dal coraggio di dire, una volta per tutte, BASTA! “

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