La Chiesa cattolica ha eletto il suo primo Pontefice statunitense, ma viene dalla Diocesi di Albano Leone XIV. Il cardinale Robert Francis Prevost, 69 anni, è stato così scelto come nuovo Vescovo di Roma, assumendo il nome di Leone XIV. Una scelta che segna una discontinuità geografica, ma non una rottura di linea. Una figura solida, radicata nella tradizione agostiniana, con una lunga esperienza tra gli Stati Uniti, il Perù e la Curia romana.
Nato a Chicago nel 1955, Prevost ha attraversato tutte le tappe di una formazione teologica e canonica rigorosa: Catholic Theological Union per la teologia, poi Angelicum a Roma per il dottorato in diritto canonico. I voti solenni nell’Ordine di Sant’Agostino risalgono al 1981, l’ordinazione sacerdotale all’anno successivo. Ma la parte più significativa della sua vita è cominciata poco dopo.
Dal 1985 ha vissuto e lavorato in Perù, in una Chiesa di frontiera, dapprima nella missione di Chulucanas, poi a Trujillo, dove è stato vicario giudiziario e docente in seminario. Esperienze che lo hanno immerso in un cattolicesimo quotidiano, più pastorale che istituzionale, più vicino alle tensioni sociali che alle liturgie romane.

Rientrato negli Stati Uniti, è stato priore provinciale e poi, per dodici anni, priore generale degli agostiniani. Ha conosciuto i meccanismi globali dell’Ordine, ma anche le sue fragilità. Papa Francesco lo ha chiamato nel 2014 a guidare la diocesi peruviana di Chiclayo, affidandogli poi anche l’amministrazione apostolica del Callao. Segni di fiducia che sono proseguiti fino alla nomina, nel 2023, a prefetto del Dicastero per i Vescovi, uno dei ruoli chiave nella struttura della Chiesa universale.
È stato creato cardinale nel concistoro del 30 settembre 2023, con la diaconia di Santa Monica. Nel febbraio 2025 è passato all’Ordine dei Vescovi, ricevendo il titolo della Chiesa suburbicaria di Albano, storicamente assegnato a figure di primo piano della Curia. Meno di tre mesi dopo, l’elezione a Papa.
Leone XIV arriva in un momento in cui la Chiesa è attraversata da tensioni interne, da una polarizzazione crescente e da una perdita di presa simbolica in molte aree del mondo. La sua elezione sembra rispondere al bisogno di una figura di equilibrio: un uomo che conosce le periferie ma non si definisce da esse; che ha amministrato senza clamori; che ha attraversato ordini religiosi, missioni e congregazioni senza mai imporsi come protagonista.
Il fatto che sia americano ha un peso culturale evidente, ma non determina da solo il significato della sua elezione. Il cattolicesimo statunitense è un mosaico frammentato, diviso tra pulsioni conservatrici e tensioni progressiste, tra presenza pubblica e marginalità culturale. Prevost non rappresenta nessuna di queste tendenze in modo netto. Non è un “Papa politico”. Non è un ideologo. È un amministratore ecclesiale con esperienza pastorale e capacità di mediazione.
Nella sua prima uscita pubblica non ha annunciato svolte. Ha parlato con tono pacato. Nessuna parola fuori posto, nessun gesto studiato. Ha ringraziato, benedetto, chiesto preghiere. Nessun programma, almeno per ora. Nessun titolo da copertina. Leone XIV, il Cardinale di Albano, il matematico americano è il successore di Pietro.
Il nome di Leone ci riporta indietro nel tempo quando Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, proveniente da Carpineto Romano, nel 1878 fu eletto Papa lasciando un’impronta indelebile nella storia della Chiesa, soprattutto con la sua enciclica Rerum Novarum, che ha tracciato le linee della dottrina sociale della Chiesa. La scelta del nome Leone XIV da parte del cardinale della Diocesi di Albano Robert Francis Prevost non è stata affatto casuale. Richiamando il Papa che ha saputo rispondere con lungimiranza alle sfide sociali ed economiche del suo tempo, Prevost sembra voler riaffermare la centralità di una Chiesa impegnata nel dialogo con le trasformazioni contemporanee. Il nome, quindi, è un omaggio alla tradizione di Leone XIII, ma anche un segnale della volontà del nuovo Papa di affrontare le sfide globali con lo stesso spirito di innovazione sociale che aveva contraddistinto il suo predecessore.
Ma il solo fatto che sia lì, oggi, sul soglio di Pietro, racconta una trasformazione lenta ma reale. Una Chiesa che non cerca più figure carismatiche, ma solidità. Che non promette salvezze collettive, ma cerca di resistere alla frammentazione.
Il nome scelto – Leone – forse dice più di quanto sembri. Un nome antico, legato al potere e alla struttura. Una dichiarazione di serietà, non di forza. Un ritorno alla grammatica istituzionale in un tempo scomposto. Nessun tentativo di stupire. Solo la volontà di tenere insieme i pezzi.
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