Daniele Campoli, in arte “statidanymo“ è un giovane artista ciociaro dalle capacità “surreali“. Le sue creazioni saranno in mostra presso il Palazzo Ducale di Atina dal 4 al 26 aprile. Si tratta di opere in grado di suscitare contemporaneamente stupore e tensione, lasciando lo spettatore in uno stato di indagine sul rapporto dell’io con la realtà. Cosa una semplice matita sia capace di smuovere in chi crea e in chi guarda è un interrogativo che lasceremo risolvere direttamente dalle risposte dell’artista.
Fare l’artista è sempre stato il tuo sogno? Ricordi il momento esatto in cui hai detto “io voglio fare l’artista”?
In realtà no.
La mia vita prima del 2018 era molto lineare, tranquilla… quasi troppo. Tutto funzionava, ma allo stesso tempo tutto era piatto.
Avevo un lavoro stabile, una routine stabile, una vita stabile.
Eppure mi sentivo spento, come se mancasse qualcosa che non riuscivo a spiegare.
Sono sempre stato una persona che cerca emozione, adrenalina, movimento.
E quella vita, per quanto sicura, non mi faceva sentire vivo.
Poi è arrivata l’arte e ha riempito esattamente quel vuoto.
Non è stato un sogno che inseguivo da sempre.
È stato qualcosa che mi ha trovato nel momento giusto… e mi ha cambiato.
Come vede il mondo un surrealista?
È come se la mia mente scattasse continuamente delle fotografie.
Osservo una scena e automaticamente la trasformo.
Non vedo solo ciò che accade, ma ciò che si nasconde dietro.
Se vedo due persone sedute allo stesso tavolo, ma lontane tra loro, non vedo una coppia… vedo la solitudine.
E quella solitudine prende forma, diventa immagine, diventa messaggio.
Il surrealismo, per me, non è fuga dalla realtà.
È un modo per entrarci più a fondo.
Quanto della Ciociaria c’è in te e quanto di te stai lasciando alla Ciociaria?
Io amo profondamente il posto in cui vivo.
E una terra ricca di storia, di bellezza, di cultura.
Mi sento legato a questo territorio e sono sempre felice di portare qui la mia arte.
E, contrariamente a quello che spesso si dice, ho sempre trovato persone curiose, attente, pronte al confronto.
Credo che non manchi la sensibilità, ma le occasioni.
Per questo penso che tutti dobbiamo fare la nostra parte per far crescere questo territorio.
Io, nel mio piccolo, sto cercando di lasciare qualcosa: una storia di cambiamento.
Perché non è il luogo a limitarti.
È quanto sei disposto a credere in quello che fai.
Perché “statidanymo'”?
Ho sempre detto che esistono due parti di me: Daniele e statidanymo.
Daniele è la parte che il mondo vede: solare, positiva, sempre pronta a sorridere. statidanymo, invece, è la parte più profonda.
È quella che sa stare nel dolore, nella fragilità, nella debolezza… ma che proprio da lì riesce a trovare nuova forza.
Non è un nome.
Non è un progetto.
È una parte di me che ho deciso di non nascondere più.
Quando dipingi, in che luogo dipingi? E dov’è la tua anima mentre sei all’opera? Cosa ti ispira?
Lavoro nel mio studio, a casa.
Ho sempre musica o un podcast in sottofondo.
Ma la verità è che quando inizio a disegnare, il mondo si spegne.
Resto solo io.
È un momento molto intimo, quasi un confronto diretto con me stesso.
E non è sempre facile.
Le idee arrivano da ciò che vivo, da ciò che osservo, da ciò che sento.
Io non cerco immagini… cerco emozioni.
Qual è stata la tua prima opera e cosa hai provato dopo averla terminata?
La prima in assoluto è stata il termosifone della mia camera.
Era stortissimo… ma è stato l’inizio.
È lì che è nata la curiosità, la voglia di sperimentare, di capire fin dove potevo arrivare. Essendo autodidatta non conoscevo nulla di questo mondo, quindi è stata una scoperta continua.
Se invece parliamo della prima vera opera “consapevole”, è stata la rappresentazione di un bambino con le margherite appassite.
Quella è stata la prima volta in cui non ho solo disegnato… ma ho raccontato qualcosa.

Come è cambiato il tuo rapporto con le opere nel corso del tempo?
All’inizio c’era stupore, soddisfazione, entusiasmo.
Oggi è diverso.
Quando finisco un’opera sono molto critico.
Cerco difetti, cerco di capire se comunica davvero ciò che voglio.
Ho una relazione quasi “tossica” con la mia arte.
Ne sono innamorato mentre la creo, completamente immerso… ma una volta finita, la lascio andare.
La metto nella stanza con le altre e quasi me ne dimentico.
Paradossalmente, sono più felice quando entra nella casa di qualcuno.
Perché so che verrà amata più di quanto riesca a fare io.
Ci parli della mostra che terrai ad Atina?
La mostra si chiama “Buio e Luce” e si terrà al Palazzo Ducale di Atina dal 4 al 26 aprile.
È un percorso diviso in due parti: da una parte il buio, dall’altra la rinascita.
Ci saranno angeli “umanizzati”, che provano emozioni come ansia, paura, insicurezza.
E poi un passaggio verso la luce, verso un nuovo inizio.
Non è solo una mostra.
È un viaggio.
Spero di lasciare qualcosa nel bagaglio di chi verrà a visitarla.
L’opera che più ti rappresenta? Quella che più ti sta a cuore?
Senza dubbio “Il vuoto dell’anima”.
Perché parla di me.
Della mia vita, di un vuoto che mi accompagna da sempre.
È un’opera che nasce da una situazione reale, che mi ha segnato profondamente.
E oggi quel vuoto, in un certo senso, è diventato quasi parte di me.
Non è qualcosa che ho eliminato.
È qualcosa con cui ho imparato a convivere.

Pensi che, nel nostro territorio, l’arte sia abbastanza valorizzata?
Spesso si dice che qui l’arte non venga valorizzata abbastanza.
Io, però, ho vissuto anche l’altro lato.
Ho trovato persone attente, curiose, disponibili al dialogo.
Credo che il problema non sia la mancanza di interesse, ma di occasioni e visione.
Serve più impegno da parte di tutti: artisti, pubblico e istituzioni.
Perché questo territorio ha un potenziale enorme.
Un messaggio per i nostri lettori
Vorrei dire una cosa semplice, ma fondamentale: la vita è fatta di emozioni.
E sono le uniche cose che ci restano davvero.
Ma le emozioni richiedono coraggio.
Richiedono rischi.
Se hai un sogno, e ci credi davvero… prova.
Salta.
Perché se non lo fai, non ti porterai dentro emozioni.
Ma solo rimpianti.






