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“Sfide presenti e future”, ad Arpino le storie di rinascita e libertà delle persone con disabilità

Dalla tavola rotonda organizzata dall’UICI di Frosinone il 17 ottobre testimonianze di autonomia, inclusione e riscatto personale

Di Redazione • • Attualità

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Una veduta di Arpino

ARPINO – Trasformare il dolore in una nuova possibilità, ritrovare la fiducia in sé stessi e rivendicare il diritto di scegliere il proprio futuro. Sono alcuni dei temi emersi dalla tavola rotonda “Sfide presenti e future”, organizzata il 17 ottobre 2026 presso l’Hotel Il Cavalier d’Arpino dalla Sezione territoriale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti (UICI) di Frosinone e dal Comitato “Pari Opportunità”.

L’incontro ha riunito donne e uomini che hanno condiviso esperienze di vita segnate dalla disabilità, da traumi e difficoltà, ma anche dalla capacità di ricostruire la propria autonomia attraverso le relazioni, il lavoro, l’impegno associativo e le passioni personali.

Una giornata di testimonianze e riflessioni che ha affrontato temi spesso trascurati nel dibattito pubblico: l’autodeterminazione, il diritto all’affettività, l’accessibilità, il riconoscimento delle competenze e il superamento degli stereotipi.

Giovanna Desanctis: ritrovare la fiducia attraverso l’associazione

A dare impulso all’iniziativa è stata Giovanna Desanctis, consigliera dell’UICI di Frosinone, che ha raccontato il proprio percorso dopo la perdita della vista, avvenuta dopo i cinquant’anni a causa della retinite pigmentosa.

L’abbandono del lavoro e il pensionamento anticipato avevano aperto una fase di smarrimento, nella quale sembrava difficile immaginare nuove prospettive. La svolta è arrivata attraverso l’incontro con una donna conosciuta nell’associazione, il cui entusiasmo e la cui capacità di mettersi in gioco le hanno mostrato nuove possibilità.

Da quell’esperienza è iniziato un percorso di fiducia ritrovata, partecipazione e nuove relazioni. Oggi Desanctis viaggia con amici non vedenti, è attiva nella vita associativa e ha creato un gruppo di confronto nel quale le persone possono condividere difficoltà, esperienze e strumenti per affrontarle.

La sua testimonianza ha evidenziato come il sostegno ricevuto possa trasformarsi in una risorsa da mettere a disposizione degli altri.

Luciana Loprete: «La forza delle donne deve accompagnarsi alla libertà di scegliere»

La consigliera nazionale UICI e presidente della Sezione di Catanzaro, Luciana Loprete, ha dedicato il proprio intervento alla forza delle donne e ai molteplici ruoli che continuano a ricoprire nella famiglia, nel lavoro e nella società.

La riflessione ha riguardato anche il peso delle aspettative sociali e delle responsabilità di cura, spesso distribuite in modo diseguale. Loprete ha richiamato la necessità di riconoscere il valore del lavoro quotidiano, anche quando non è visibile, e di garantire servizi accessibili, condizioni lavorative adeguate e una maggiore corresponsabilità familiare.

Particolare attenzione è stata riservata alle donne con disabilità, che possono trovarsi ad affrontare contemporaneamente pregiudizi legati al genere e alla propria condizione.

Parlare con l’accompagnatore anziché rivolgersi direttamente alla persona, decidere al suo posto o manifestare sorpresa di fronte alle sue competenze sono atteggiamenti che limitano il riconoscimento della sua autonomia.

Per questo, ha sottolineato Loprete, accessibilità digitale, mobilità sicura e strumenti adeguati sono condizioni essenziali per garantire il diritto allo studio, al lavoro e alla partecipazione sociale.

Nel suo intervento ha trovato spazio anche il tema delle quote rosa e della rappresentanza femminile. L’obiettivo, nella prospettiva espressa, è costruire opportunità realmente eque, nelle quali le donne possano candidarsi e ricoprire ruoli di responsabilità sulla base delle proprie competenze, senza essere considerate semplici presenze da inserire nelle liste elettorali.

Il messaggio conclusivo ha richiamato il valore della solidarietà tra donne e della partecipazione degli uomini al cambiamento culturale necessario per superare gli stereotipi.

Paula Morandi: «Non possiamo sempre scegliere ciò che ci accade»

Con il contributo “Quando cambia tutto puoi ancora scegliere la direzione”, Paula Morandi ha raccontato il proprio percorso dopo la perdita della vista, avvenuta più di trent’anni fa a causa di una rara malattia mitocondriale, quando suo figlio aveva appena due anni.

La malattia aveva trasformato profondamente la sua vita, mettendo in discussione l’autonomia, la maternità e le prospettive future. Paura, rabbia e smarrimento hanno fatto parte di un’esperienza che Morandi ha scelto di raccontare senza nascondere le proprie fragilità.

«Perdere la vista non significava perdere la mia voce»: da questa consapevolezza è nato un impegno che l’ha portata a contribuire alla fondazione di tre organizzazioni non profit, dedicando le proprie energie alle persone con disabilità, ai pazienti con malattie rare e alle loro famiglie.

Nel suo percorso ha trovato spazio anche il confronto con la ricerca scientifica e le istituzioni, attraverso consultazioni dell’Agenzia europea per i medicinali e interventi al Parlamento europeo e al Senato della Repubblica.

Dal giugno 2025 ricopre inoltre la presidenza di International Mito Patients, incarico attraverso il quale contribuisce a portare le esigenze dei pazienti nei luoghi in cui si discutono ricerca, cure e qualità della vita.

La sua testimonianza ha restituito il valore di una resilienza che non si costruisce soltanto attraverso la volontà individuale, ma anche grazie alle relazioni, alle associazioni e alle istituzioni capaci di ascoltare.

«Non possiamo sempre scegliere ciò che ci accade. Ma possiamo ancora scegliere la direzione»: una frase che sintetizza il senso del suo racconto.

Angela Trevisan: «La disabilità non è un mondo a parte»

Tra i momenti più toccanti della giornata, la testimonianza di Angela Trevisan, cieca e con disabilità motoria dalla nascita.

Il suo racconto ha messo al centro la determinazione nel perseguire i propri obiettivi e nel raggiungere il maggiore livello possibile di autonomia, senza rinunciare al valore degli affetti e alla capacità di apprezzare le piccole cose quotidiane.

Il suo «io non mi schiodo» esprime la tenacia con cui affronta le difficoltà, accompagnata dalla consapevolezza che essere autonomi non significa necessariamente fare tutto da soli. Anche chiedere e accettare il sostegno adeguato può rappresentare una scelta di libertà.

Nella vita quotidiana, un aiuto importante arriva da Milly, l’amica a quattro zampe che la supporta in alcune attività, come raccogliere gli oggetti. Trevisan porta inoltre la propria esperienza nelle scuole, invitando a superare le distanze culturali e i pregiudizi attraverso la conoscenza diretta.

«La disabilità non è un mondo a parte, ma parte del mondo»: il suo messaggio richiama una società nella quale le persone con disabilità siano riconosciute come parte integrante della comunità, con gli stessi diritti e le stesse possibilità di partecipazione.

Debora Tramentozzi: l’arte come occasione di rinascita

Con “Il bello dell’arte per tutti: rinascita per me stessa”, Debora Tramentozzi ha raccontato come l’arte sia diventata una strada per ricostruire la propria vita. Cieca dalla nascita, aveva potuto coltivare gli studi e le proprie passioni grazie al sostegno della madre e a un percorso formativo attento. Un grave lutto aveva però riaperto una ferita profonda, rendendo difficile ritrovare un equilibrio personale.

Una visita ai Musei Vaticani, nel 2010, ha rappresentato un punto di svolta. L’incontro con Isabella Salandri e il coinvolgimento in percorsi dedicati all’accessibilità hanno aperto la strada a una professione legata alla consulenza tiflologica in ambito storico e artistico.

La formazione continua e le esperienze maturate in importanti realtà culturali hanno accompagnato il suo percorso personale e professionale.

La sua storia ha mostrato come l’arte possa diventare uno strumento di conoscenza e partecipazione, offrendo modalità differenti di vivere le opere attraverso il tatto, l’ascolto, la descrizione e gli altri sensi.

Fiorentino Ciampi: ricominciare attraverso il lavoro, la musica e gli affetti

Nel contributo “Il quadro che non avevo immaginato”, Fiorentino Ciampi ha utilizzato la metafora di un dipinto per raccontare la propria esistenza, descrivendo l’amicizia e l’amore come la cornice della sua vita.

A ventun anni, un pugno gli ha fatto perdere la vista. In quello stesso periodo, la perdita di un caro amico ha aggravato il dolore e lo smarrimento, rendendo difficile immaginare il futuro. La ricostruzione è avvenuta gradualmente, grazie alla famiglia, agli amici e al lavoro. Ciampi ha ricordato soprattutto le persone che hanno continuato a trattarlo con spontaneità, conservando ironia e complicità senza ridurre la sua identità alla disabilità.

Un colloquio di lavoro ha segnato l’inizio di una nuova fase: l’attività professionale gli ha restituito un ruolo e la possibilità di misurarsi con gli altri attraverso le proprie capacità. Nel suo racconto sono entrate anche la passione per la Roma, la musica, i ricordi e il progressivo avvicinamento all’arte, attraverso la scoperta di una bellezza che può essere ascoltata, raccontata e vissuta in modi diversi.

Il passaggio dalla domanda sul perché fosse accaduto tutto questo a quella sulle possibilità ancora aperte ha rappresentato un momento importante della sua ricostruzione.

Il quadro della sua vita non cancella il dolore, ma continua ad arricchirsi grazie alle persone, alle esperienze e alle passioni. La parola scelta per firmarlo è «Vivere».

Marina Costantini: il diritto all’amore e all’affettività

Con il memoriale “Un miracolo a metà”, Marina Costantini ha condiviso il difficile percorso seguito alla perdita della vista, causata da un incidente stradale quando aveva diciannove anni.

Dopo anni segnati da dolore, isolamento e sfiducia, la decisione di ripartire l’ha portata a cercare nuove possibilità e a riconoscersi in una dimensione profondamente cambiata. La sua testimonianza ha affrontato senza retorica la fatica della ricostruzione personale, dando spazio anche a temi spesso trascurati quando si parla di disabilità: affettività, sessualità e diritto a costruire una relazione.

Costantini ha richiamato i pregiudizi che possono ostacolare gli incontri, la conoscenza reciproca e la possibilità di vivere pienamente i sentimenti. Il suo intervento ha ricordato che la disabilità non cancella il diritto di esprimere desideri, innamorarsi e costruire una vita di coppia.

Nel suo percorso, la voce e il canto hanno rappresentato strumenti importanti di espressione e di ritrovata fiducia. Un’opportunità significativa è arrivata anche attraverso gli studi presso la scuola di musica del maestro Mogol.

La canzone in romanesco “Tu che lo pòi vedé”, dedicata al figlio e inserita nell’album “Finalmente Primavera”, racconta l’esperienza di una madre cieca che chiede agli altri di descriverle il proprio bambino.

Attraverso la scrittura e la musica, Costantini ha rivendicato il valore della dignità personale, del rispetto e della piena partecipazione alla vita sociale e affettiva.

Matteo Tiraboschi: la musica come sguardo sul mondo

Con “Musica… occhio sul mondo”, Matteo Tiraboschi ha portato una testimonianza in cui la passione musicale si intreccia con il superamento delle difficoltà. Nato prematuro, ha ricordato le fragilità dei primi giorni di vita e la perdita della sorella gemella Simona, alla cui memoria lega una parte importante della propria storia.

Nel corso del suo intervento ha ripercorso anche i pregiudizi incontrati durante gli anni scolastici, raccontando come il lavoro e la musica gli abbiano permesso di costruire un percorso personale e artistico.

Ha condiviso esperienze accanto a interpreti come Gianni Morandi, Amii Stewart, i Pooh, Fiorello, Luisa Corna ed Enrico Ruggeri, oltre alla realizzazione di dischi e singoli.

Nella canzone “Grazie Vita” ha raccolto il senso del proprio cammino e il valore attribuito all’esistenza. Il suo invito è stato quello di mettersi in gioco, rendersi visibili e riconoscere l’importanza delle persone che offrono sostegno. Accettare un aiuto, ha ricordato, non significa rinunciare all’autonomia: significa anche riconoscere che nessuno è obbligato a essere un eroe per dimostrare il proprio valore.

Al centro del suo messaggio, la necessità di riconoscere prima di tutto la persona, con il suo carattere, i suoi sentimenti e le sue responsabilità.

Claudio Cola e l’organizzazione dell’incontro

A collegare i diversi interventi è stato Claudio Cola, presidente regionale dell’UICI del Lazio, che ha moderato la tavola rotonda favorendo il dialogo tra i relatori e il pubblico.

La sua conduzione ha accompagnato con sensibilità i passaggi più delicati, valorizzando le diverse esperienze e creando uno spazio di ascolto e condivisione.

Un ringraziamento è stato rivolto a Nicola Londino, presidente della Sezione territoriale UICI di Frosinone, che ha curato l’organizzazione tecnica dell’evento, all’intero Consiglio sezionale e al Comitato “Pari Opportunità”, insieme a Giovanna Desanctis e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione dell’iniziativa.

Pari opportunità e inclusione: il valore delle storie condivise

La tavola rotonda di Arpino ha raccolto esperienze diverse, accomunate dalla volontà di non lasciare che la disabilità o un evento traumatico definiscano interamente il futuro di una persona.

Le testimonianze hanno raccontato percorsi di rinascita senza nascondere la fatica, le paure e i momenti di fragilità. Hanno mostrato il valore delle relazioni, della partecipazione sociale, dell’arte, della musica e del lavoro nella costruzione di nuove possibilità.

Accanto alla determinazione individuale, è emersa con forza la responsabilità della comunità: garantire accessibilità, rimuovere le barriere, contrastare gli stereotipi e offrire strumenti concreti per permettere a ciascuno di scegliere il proprio percorso. Il messaggio conclusivo dell’incontro riguarda quindi non soltanto chi affronta una disabilità, ma l’intera società. L’inclusione non si realizza attraverso l’ammirazione per chi supera gli ostacoli, ma attraverso l’impegno a eliminare quelli che possono essere rimossi.

Le storie ascoltate ad Arpino invitano a riconoscere le capacità delle persone, a chiedere sostegno quando serve e a continuare a costruire opportunità. Perché la libertà di scegliere il proprio futuro deve essere un diritto concreto, non un traguardo riservato a pochi.

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