Martedì 11 novembre 2025 Roma è tornata a essere il centro della protesta del mondo scientifico italiano. Davanti a piazza Capranica, a pochi metri dal Parlamento, fisici e lavoratori della ricerca pubblica hanno manifestato contro la condizione di precarietà che continua a segnare l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e, più in generale, il sistema della ricerca italiana.
Al centro della contestazione c’è il precariato all’INFN, una realtà che, secondo i manifestanti, è ormai diventata strutturale. “Siamo parte integrante della ricerca italiana, ma per lo Stato non esistiamo”, si leggeva su uno degli striscioni.

Ricercatori in piazza, contro Governo e istituti
A organizzare la mobilitazione è stato il collettivo Precari Uniti INFN, riconoscibile dal logo con l’atomo stilizzato, che da anni denuncia l’assenza di percorsi di stabilizzazione per centinaia di professionisti. Alla protesta hanno partecipato anche lavoratori del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di altri enti pubblici di ricerca, accomunati dallo stesso destino: contratti a termine, assegni di ricerca e borse di studio rinnovate di anno in anno.
Nel mirino non c’è solo il Governo, accusato di aver escluso qualsiasi finanziamento specifico per la stabilizzazione nella nuova manovra economica, ma anche gli enti di appartenenza, colpevoli – secondo i ricercatori – di non aver utilizzato gli strumenti legislativi già esistenti per garantire maggiore sicurezza lavorativa.
Una ricerca senza futuro
I numeri parlano chiaro. All’INFN, su poco più di 2.900 dipendenti, quasi un terzo non ha un contratto stabile: circa 300 a tempo determinato e oltre 500 con assegni di ricerca o borse di studio. “Molti di noi lavorano da più di dieci anni all’interno dei laboratori, eppure siamo ancora considerati personale in formazione”, spiegano.
Una situazione che, secondo i manifestanti, non dipende da una reale carenza di risorse, ma da scelte politiche precise. “L’Ente investe milioni di euro in infrastrutture e progetti finanziati dal PNRR, ma dimentica di investire sulle persone. A dicembre, con la fine dei fondi europei, molti di noi perderanno il lavoro”.

“Non è mancanza di fondi, è una scelta”
La critica è netta. I ricercatori accusano la dirigenza dell’INFN di aver “scelto politicamente di non stabilizzare” e di aver preferito ricorrere a contratti legati al PNRR, quindi destinati a scadere con la fine dei finanziamenti. Il piano triennale dell’Ente, inoltre, prevede assunzioni limitate e irregolari: nell’ultimo concorso per 40 posti da fisico, si sono presentati oltre 400 candidati, molti dei quali già impegnati da anni all’interno dell’istituto.
“Se gli 800 precari tengono in piedi le attività scientifiche dell’Ente, come si può pensare di risolvere il problema con quaranta assunzioni?” si chiedono i manifestanti.
L’appello al Governo
La richiesta è chiara: destinare nella manovra fondi vincolati esclusivamente alla stabilizzazione dei precari della ricerca, così da impedire che gli enti li impieghino per altre finalità. “Non chiediamo privilegi, ma diritti – affermano i rappresentanti del movimento –. La ricerca pubblica non può vivere di contratti a tempo e promesse. Servono scelte politiche coraggiose, che riconoscano il valore di chi ogni giorno lavora per far progredire la scienza in Italia”.
Tra bandiere e cartelli, la protesta di piazza Capranica ha reso visibile una realtà che da anni resta ai margini del dibattito pubblico: quella di una generazione di ricercatori che tiene in piedi la ricerca italiana, ma che rischia di esserne espulsa proprio nel momento in cui dovrebbe diventarne la spina dorsale.



