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Borse in rosso, scatta l’allarme sull’intelligenza artificiale: Wall Street perde terreno e il petrolio vola oltre 114 dollari

Le preoccupazioni per i costi della corsa all’IA si intrecciano con l’escalation in Medio Oriente. Il Nasdaq cede il 2,60%, Piazza Affari chiude in calo del 2,54% e il Brent raggiunge i massimi da maggio. Ma è ancora presto per parlare dello scoppio della bolla tecnologica.

Di Giulio Calenne • • Economia

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Non è soltanto una giornata difficile per i mercati finanziari. È anche un segnale di come stia cambiando il rapporto tra gli investitori e uno dei principali motori della crescita degli ultimi anni: l’intelligenza artificiale. Giovedì 22 ottobre le Borse hanno registrato una brusca frenata, con le vendite concentrate soprattutto sui titoli tecnologici, mentre il petrolio è tornato a salire con forza a causa delle tensioni in Medio Oriente.

A Wall Street il Nasdaq Composite ha perso il 2,60%, scendendo a 26.008,86 punti, nella sua peggiore seduta giornaliera da giugno. L’S&P 500 ha lasciato sul terreno l’1,21%, chiudendo a 7.663,43 punti, mentre il Dow Jones ha terminato sostanzialmente invariato, con un marginale +0,02%.

Anche l’Europa ha accusato il colpo. A Milano il FTSE MIB ha chiuso in ribasso del 2,54%, a 48.383 punti. Parigi ha perso l’1,39%, Francoforte l’1,07% e Londra lo 0,26%.

Il quadro della mattinata di venerdì 23 ottobre resta improntato alla cautela. I mercati asiatici hanno mostrato segnali di stabilizzazione dopo le forti vendite, ma il petrolio ha continuato a salire, raggiungendo nuovi massimi degli ultimi cinque mesi. La volatilità, dunque, non può essere considerata superata.

Il caso Meta scuote il mercato dell’intelligenza artificiale

A innescare la nuova ondata di vendite a Wall Street è stata soprattutto la reazione ai risultati trimestrali di Meta, la società proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp.

I numeri presentati dall’azienda guidata da Mark Zuckerberg non raccontano una crisi dei ricavi. Nel terzo trimestre del 2026 Meta ha registrato entrate per 64,6 miliardi di dollari, in aumento del 26% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A preoccupare gli investitori è stata piuttosto la dimensione degli investimenti necessari per sostenere la strategia sull’intelligenza artificiale.

La società ha alzato la parte bassa della propria previsione di spesa annuale in conto capitale di 5 miliardi di dollari, portando l’intervallo atteso a 135-145 miliardi. Si tratta di risorse destinate soprattutto alle infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’IA: data center, capacità di calcolo e sistemi tecnologici.

Per finanziare questa strategia, Meta ha inoltre annunciato la creazione di una nuova classe di azioni senza diritto di voto, attraverso cui intende raccogliere capitali nei prossimi anni.

La decisione ha alimentato i timori sulla sostenibilità finanziaria della corsa all’intelligenza artificiale. Il mercato si sta interrogando su un punto essenziale: quanto tempo sarà necessario affinché investimenti di queste dimensioni generino rendimenti proporzionati?

Le azioni Meta sono scese di oltre il 7% nella seduta di giovedì, nonostante il superamento delle attese sui ricavi. Un segnale significativo: per una parte degli investitori, la crescita del fatturato non è più sufficiente a giustificare qualsiasi livello di spesa.

Va precisato, tuttavia, che sui risultati trimestrali pesa anche una componente straordinaria. Meta ha contabilizzato circa 9,9 miliardi di dollari di oneri legati a un accordo giudiziario negli Stati Uniti. Il calo del risultato operativo, quindi, non può essere attribuito esclusivamente agli investimenti nell’IA.

Nvidia, AMD e Tesla: perché il ribasso coinvolge anche i protagonisti della tecnologia

La pressione non si è fermata a Meta. Le vendite hanno interessato diversi titoli al centro della trasformazione tecnologica, dai produttori di semiconduttori alle aziende che stanno investendo nell’intelligenza artificiale e nella robotica.

Nella seduta del 22 ottobre Nvidia ha perso circa il 4,4%, AMD l’8,1% e Intel l’8%, secondo i dati di mercato riportati dalle agenzie internazionali. Anche Tesla ha chiuso in ribasso, dopo aver aggiornato le proprie previsioni di spesa per il 2026.

Il movimento evidenzia una trasformazione nelle aspettative degli investitori. Durante la fase più entusiastica del boom dell’IA, la prospettiva di una crescita rapida della domanda di chip, potenza di calcolo e servizi digitali aveva sostenuto le valutazioni di numerose società.

Adesso il mercato sembra chiedere una verifica più rigorosa dei conti: quali investimenti stanno già producendo profitti? Quanto capitale sarà ancora necessario? E quali aziende riusciranno a trasformare la domanda di intelligenza artificiale in flussi di cassa sufficienti a sostenere le spese?

Il problema è particolarmente rilevante per le infrastrutture digitali. I data center richiedono capitali ingenti e apparecchiature che diventano progressivamente obsolete. Un investimento elevato oggi non garantisce automaticamente un ritorno adeguato domani.

Questo non significa che la domanda di IA sia destinata a diminuire. Significa, piuttosto, che gli investitori stanno iniziando a distinguere con maggiore attenzione tra le imprese che beneficiano direttamente della crescita del settore e quelle che devono ancora dimostrare la redditività dei propri investimenti.

Il petrolio supera i 114 dollari: la crisi in Medio Oriente aumenta i rischi

Alla tensione sui titoli tecnologici si è aggiunto il rialzo delle materie prime energetiche.

Venerdì 23 ottobre il prezzo del Brent, il riferimento internazionale per il petrolio, ha raggiunto circa 114,10 dollari al barile, il livello più alto da maggio. Il greggio statunitense WTI ha sfiorato i 100 dollari.

Alla base del movimento ci sono le nuove tensioni in Medio Oriente e gli attacchi degli Houthi in Arabia Saudita, che hanno riacceso i timori di interruzioni nelle forniture provenienti da una delle aree più importanti per l’approvvigionamento energetico mondiale.

Per le Borse, il rincaro del petrolio rappresenta un secondo problema. L’aumento dei costi energetici può infatti incidere sui bilanci delle imprese, ridurre il potere d’acquisto delle famiglie e alimentare nuovamente l’inflazione.

Se l’energia dovesse mantenersi a livelli elevati, le banche centrali potrebbero avere meno spazio per allentare la politica monetaria. Il costo del denaro resterebbe così un elemento di pressione per le aziende più indebitate e per quelle che dipendono da investimenti finanziati su più anni.

Si tratta di un rischio particolarmente delicato in una fase in cui il settore tecnologico sta sostenendo una spesa straordinaria per l’intelligenza artificiale.

La fuga verso i titoli di Stato e il nodo della Federal Reserve

Un altro elemento significativo della seduta è arrivato dal mercato obbligazionario statunitense.

Mentre le azioni tecnologiche arretravano, gli investitori si sono spostati verso i titoli del Tesoro americano, tradizionalmente considerati strumenti più difensivi nelle fasi di incertezza. Gli acquisti hanno provocato un netto calo dei rendimenti: il Treasury decennale è sceso sotto la soglia del 5%, dopo una flessione giornaliera particolarmente marcata.

Il movimento ha contribuito anche a modificare le aspettative sulle prossime decisioni della Federal Reserve. Gli operatori hanno ridotto le scommesse su ulteriori rialzi dei tassi, temendo che un deterioramento delle condizioni finanziarie e degli investimenti possa rallentare l’economia.

La situazione presenta però una contraddizione. Da una parte, il rischio di un rallentamento economico spinge gli investitori verso i titoli di Stato e ridimensiona le attese di una politica monetaria più restrittiva. Dall’altra, il petrolio più caro può riaccendere l’inflazione e complicare il lavoro della banca centrale.

Per comprendere la direzione dei mercati nelle prossime settimane sarà quindi fondamentale osservare l’evoluzione dell’energia, dei rendimenti obbligazionari e dei dati economici statunitensi.

È scoppiata la bolla dell’intelligenza artificiale?

La domanda è inevitabile, ma la risposta richiede cautela. Una seduta negativa, anche molto intensa, non basta a dimostrare che una bolla finanziaria sia scoppiata.

La correzione di questi giorni mostra soprattutto che le valutazioni di alcune società tecnologiche sono esposte a un cambiamento delle aspettative. Quando gli investitori attribuiscono alle imprese prospettive di crescita molto elevate, anche un dubbio sulla redditività futura può provocare forti oscillazioni dei prezzi.

Per parlare di una crisi strutturale sarebbe necessario osservare segnali più ampi e persistenti: un rallentamento significativo degli utili, una contrazione degli investimenti, difficoltà nel finanziamento delle imprese e una diffusione delle vendite a settori sempre più numerosi.

Al momento convivono due elementi. Da una parte, le grandi società tecnologiche continuano a registrare ricavi consistenti e la domanda di infrastrutture per l’intelligenza artificiale rimane rilevante. Dall’altra, il costo necessario per sostenere questa crescita sta diventando un fattore sempre più difficile da ignorare.

Le prossime trimestrali delle grandi aziende tecnologiche saranno determinanti. Gli investitori cercheranno indicazioni concrete sui ricavi legati all’IA, sulla redditività degli investimenti e sulla capacità di finanziare nuovi progetti senza compromettere la solidità finanziaria delle imprese.

La questione, dunque, non è stabilire se l’intelligenza artificiale rappresenti una trasformazione reale. Il punto è capire quanto del suo potenziale futuro sia già incorporato nei prezzi delle azioni.

Che cosa aspettarsi dai mercati nelle prossime settimane

La fase attuale mette alla prova due delle principali convinzioni che hanno sostenuto i mercati finanziari: la capacità dell’intelligenza artificiale di generare una crescita duratura e la prospettiva di condizioni monetarie sufficientemente favorevoli.

Se le società tecnologiche dimostreranno che i loro investimenti producono ricavi e profitti adeguati, le perdite potrebbero rivelarsi una correzione delle aspettative, senza necessariamente compromettere le prospettive del settore.

Se invece i costi continueranno a crescere più velocemente dei rendimenti, la pressione potrebbe proseguire, soprattutto sui titoli caratterizzati dalle valutazioni più ambiziose. A rendere il quadro più complesso è il prezzo del petrolio: un’ulteriore escalation in Medio Oriente potrebbe alimentare l’inflazione e indebolire la fiducia di imprese e consumatori.

Per ora, quindi, parlare di un nuovo crollo finanziario sarebbe prematuro. La seduta di giovedì ha però mostrato quanto velocemente possa cambiare il giudizio degli investitori quando alle aspettative di crescita si contrappongono costi crescenti, incertezze geopolitiche e dubbi sulla redditività futura.

La vera prova per il mercato dell’intelligenza artificiale non sarà soltanto continuare a crescere, ma dimostrare di poter trasformare gli investimenti miliardari di oggi in risultati economici sostenibili.

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